BENVENUTI A FUOCOFATUO posted by Frankpasa

Spruzzo di sangue finto

Faceva caldo quella sera di fine luglio a Fuocofatuo, paesino lucano, ma la gente lì aveva il coprifuoco delle nove e mezza e le stradine erano deserte. Gli abitanti di Fuocofatuo pur di rispettare la tradizione si erano persi un cielo stellato incredibile.

Nella via d’ingresso del paesino c’era un buio quasi totale, l’unica lucina era un lumino che stava ai piedi di una statuetta di Padre Pio che illuminava anche un cartello giallo con alcune scritte nere che dicevano:

 

                                        BENVENUTI A FUOCOFATUO

                                        BENVENUITS A FUOCOFATUO

                                        BIENVENIDOS A FUOCOFATUO

                                        WELCOME TO FUOCOFATUO
                                        WILLKOMMEN AT FUOCOFATUO.

 

Su un monte che faceva parte del paese, una croce grande e fatta di neon spiccava nell’oscurità e poco più distante da questa c’erano dei ceri e dei lumini. Era il cimitero.

Il silenzio regnava sovrano, gli unici rumori erano di qualche macchina che passava per caso dal paesino e i grilli che cantavano vicino ad un recinto di filo spinato.

 

Cimitero comunale di Fuocofatuo diceva una scrittura medievale su un cartello appeso al di sopra della cancellata nera in ferro battuto ricamata da foglioline, anche esse di ferro, da dove si prolungavano piccoli e ghignanti teschietti.

Mario Corigliano era all’interno del camposanto con numerosi mazzi di fiori fra le mani. La sua ferrea fede lo spingeva a portare fiori a tutti i morti indipendentemente se li avesse conosciuti in vita o No. Vicino al cimitero c’era una casetta con veranda sotto la quale stavano seduti dei contadini lucani, sbronzi e sazi di puntine di maiale alla griglia, che gridavano e ridevano per effetto del vino.

Questi non hanno neanche rispetto per la morte. Pensò Mario distribuendo altri fiori.

Corigliano passò davanti al quartiere cimiteriale dei morti da poco e catturò la sua attenzione una tomba con una foto di un bimbo sorridente e sotto di questa stava scritto:

                 GUGLIELMO CARBONE.

                  N.1990 – M.2002. FIGLIO MIO, IL MALE CHE AVEVI NON TI FARA’ SOFFRIRE                           

                  PIU’.DORMI IN PACE.

                                                               LA MAMMA E PAPA’.

 

Mario guardò la foto e tutto l’insieme della tomba e pianse come un bambino bagnandosi il viso di lacrime. Le tombe con i bambini morti lo facevano crollare psicologicamente in una maniera terribile. Finì di distribuire i fiori e si avviò verso il cancello di uscita.

CRANG! Un rumore.

Mario si voltò spaventato, ma intorno a lui c’era solo il silenzio scandito dai grilli e dalle civette e le tombe illuminate dai lumini con le foto dei defunti sembrava che lo stessero fissando. Uscì timoroso dal cimitero.

Mentre si avvicinava alla Panda gli squillò il cellulare.

“Pronto?” Chiese Mario. Una voce di donna anziana piangente gli parlò.

“Davide? -chiese poi Mario- zia tu mi stai dicendo che Davide è…”.

Chiuse il telefonino e andò a casa della vecchia dove viveva anche Davide, suo cugino.

La vecchia porta della casa aveva attaccato il biglietto del lutto di famiglia. Mario, ancora più depresso e in lacrime dopo aver visto la tomba di quel bambino, suonò il campanello. Una vecchietta, sua zia, abbastanza avanti con l’età lo fece entrare.

“Ma com’è successo?”Chiese Mario dispiaciuto.

“Ieri sera –rispose sua zia- era peggiorato per la meningite e stanotte…è morto!Oh Gesù Santu mia!”.

Mario andò nella stanza da letto dove c’era il cugino morto.

“Mario –gridò dall’altra stanza la vecchia zia- io sto qua alla cabina telefonica che così avviso gli altri”.

Mario annuì e si sedette su una sedia di fronte al capezzale del defunto.

“Ah Davide –disse- tu eri l’unico parente coetaneo rimasto. Per me eri anche un amico”. Abbassò la testa e con le mani si coprì il volto pieno di lacrime.

Ad un certo punto dal letto si sentì il fruscio del lenzuolo che copriva il defunto per il suo orrendo aspetto. Nel silenzio tombale della casa, Mario vide che la mano tremante e bianca di Davide sollevò il lenzuolo di corredo matrimoniale che lo copriva interamente, poi Davide si sedette sul letto e si scoprì del tutto. Mario indietreggiò in preda al terrore e Davide si stava avvicinando a lui mostrando il suo volto bianco con le orbite contornate di viola, gli occhi erano bianchi, le labbra livide e gli zigomi sotto pelle. Mario urlò e si precipitò alla finestra chiusa, mise la mano sulla maniglia e…No! Bloccata! Il redivivo cugino barcollava goffamente verso Mario. Finalmente dopo tanti sforzi la finestra si aprì.

Sono salvo. Pensò Mario una volta fuori.

Il morto vivente scavalcò la finestra, prese il polso di Mario,aprì la sua bocca viola mostrando una dentatura incompleta e gialla;la cavità orale annerita e dalla lingua viola e gonfia si avvicinò al polso di Mario, morsicò e strappò via un pezzo di carne. Il braccio di Mario aveva un buco fra mano e avambraccio che spruzzava sangue e mostrava le bianche ossa; poi il morto vivente lo trascinò dietro un angolo. Dopo qualche secondo uscì da quell’angolo un esteso spruzzo di sangue accompagnato da un urlo agghiacciante.

 

Pomeriggio seguente.

“Ma che cazz’ aggi venut’ a fare ‘ccà?” Disse in dialetto stretto un cacciatore mentre stava in un bosco nei pressi di Fuocofatuo.

“Manc’ n’uccell  ci stà” Continuò.

Sconsolato, il cacciatore prese il suo fucile da caccia e fece marcia indietro verso casa. Mentre camminava si riempì i polmoni della stupenda aria di montagna e fece un gran respiro. Un falchetto planò su di esso e non riuscì neanche a spararlo.

“Maronn’ che stanchezz’”

Disse il cacciatore arrivato vicino ad un pollaio

“Per fortuna che fra pochi metri stoc’ ‘a casa”.

Un fuscello d’albero che era in terra dietro il cacciatore si spezzò e lui si voltò spaventato. Dietro di esso c’era Mario Corigliano ridotto da far paura: il braccio era livido ed il morso di suo cugino Davide si era imputridito e riempito di vermi bianchi il volto era per metà livido e con l’orbita viola e per metà scarnificato formato solo da metà teschio dove vi erano attaccati brandelli di pelle e muscoli insanguinati, dalla parte intatta del volto l’occhio era bianco ma al suo posto, mentre dall’altra era fuoriuscito dalla cavità oculare attaccato ad un fascio di nervi ottici bianchi gommosi e filamentosi.

“STATTI FERMO SA’!” Urlò di paura il cacciatore.

Lo zombi,che fino a ieri sera era un ragazzo di nome Mario Corigliano, gli si avvicinò di più tendendo le braccia in avanti e spalancando la bocca.

Il cacciatore caricò il suo fucile.

BLAM!-TA-TLACK!

“MUORI!”

BLAM!-TA-TLACK!

Lo zombi nonostante i grossi buchi che aveva sul torace provocati dal fucile a pompa del cacciatore,continuava ad avvicinarsi. Lo morse.

BLAM!-TA-TLACK!

BLAM!-TA-TLACK!

BLAM!-TA-TLACK!

BLAM!-TA-TLACK!

“VAFANCULO!” Esclamò tenendo il dito sul grilletto.

BLAM!-TA-TLACK!

Il colpo di fucile spappolò la testa dello zombi facendo volare dappertutto parti facciali miste a schegge di cranio, materia cerebrale e sangue. Poco dopo anche il cacciatore morì.

Una mosca si posò sul naso di questo ed egli aprì gli occhi senza più pupille. Era diventato come Mario Corigliano e cugino. Tremando come se fosse rattrappito,il cacciatore morto vivente si alzò da terra e barcollò,con la testa piegata a novanta gradi e la bocca spalancata, verso il pollaio a pochi metri da casa. Arrivato là vicino, scavalcò il basso recinto che lo conteneva, inseguì una gallina fino a catturarla e sbranarla e tornò nel bosco a vagare senza meta con una zampa di gallina sanguinante in bocca che ancora si agitava.

 

1910

Il paesino lucano chiamato Fuocofatuo in quell’anno era ancora più indietro nel tempo rispetto ad oggi; se nel 2010 sembravano gli anni trenta, negli anni dieci sembrava fossero gli ultimi anni dell’ottocento. La via principale del paese era piena di contadini in groppa ad asini e cavalli o su delle piccole carrozze. La luce elettrica non c’era,infatti quelli che ora sono lampioni,allora erano enormi fiaccole ardenti.

Un lampo azzurro che spiccò nel cielo nero in quella sera del 14 aprile fece interrompere a tutti le proprie faccende. Tutti gli abitanti di Fuocofatuo, erano novanta all’epoca, avevano lo sguardo fisso in cielo. Il lampo azzurro si spense e i paesani videro che una stella celeste si ingrossava sempre più. Tutti corsero via spaventati e quella stella si faceva sempre più vicina su Fuocofatuo. Sembrava una gigantesca palla infuocata però azzurra. Era un meteorite.

Il meteorite si schiantò nella parte bassa del paese con una rapidità mostruosa emettendo un boato enorme che fece tremare le case. Una luce azzurra intensa illuminò tutto il paese. Sembrava l’estinzione dei dinosauri.

Qualche giorno dopo gli abitanti ne risultarono fortunatamente incolumi, ma nel terreno fra l’ultima casetta del paese ed il cimitero c’era un grosso cratere con al centro un sasso verdognolo pieno di buchi. Era un minerale spaziale che forse si trovava nell’orbita terrestre dopo il Big Bang.

 

“Giovà a cosa stai pensando?” Chiese Rocco, il custode attuale del cimitero di Fuocofatuo, ad un suo amico quasi ignorante come tutti.

“No –rispose- stavo pensando se quel fatto del 1910 della come si chiama? Meteorite c’entra qualcosa col fatto che i morti di qua resuscitano”

“No non credo –disse Rocco- è da vent’anni che lavoro qua ed è da due tre mesi che sono costretto a fare le tombe di cemento armato e piombo. E’ incredibile. Vuoi sapere un fatto?”

“Dimmi”Rispose interessato l’amico.

“Allora –iniziò Rocco- nove o dieci giorni fa, non ricordo bene, avevo preparato la camera ardente in quella cappella là dietro –indicò una cappella marmorea nera con una croce in vetrata al centro- per una donna di trentasei anni che era morta per un’operazione allo stomaco uscita male. Era tutto ben organizzato: fiori, bara senza coperchio, altarino, lumini e tutte quelle cose là. Poi portarono la morta, la misi nella bara e prima dell’arrivo degli amici e dei parenti, le colorai di rosa tutto il viola che aveva sulle palpebre e sulle occhiaie perché era proprio brutta sennò. I capelli della morta, ricci e neri, li legai in un codino perché erano tutti incasinati. Avevo fatto tutto in regola, a parte che mentre la spostavo per legare i capelli le spaccai senza volerlo la spalla sinistra che fece un rumore terribile. Dopo mezz’ora iniziarono ad arrivare alcuni parenti, ed io, per passare il tempo, stavo scacciando dalla morta certe mosche che avevano sentito la puzza. Uno dei parenti stava per entrare ed io vidi una mosca che si era attaccata al naso della defunta. Per non fare brutta figura con le persone pigliai lo scacciamosche e PAF! –batté le mani- la spiaccicai sul naso la stronza.<<AHIA!>> Sentii nella cappella.<<Chi ha detto ‘ahia’?>>Chiesi. La morta si mise una mano sul naso, che per la troppa forza lo avevo spaccato tutto macchiando di sangue tutta la faccia, e si alzò dalla bara per inseguirmi. Io poi ero scappato fuori gridando ai parenti e agli amici della morta di non entrare assolutamente nella cappella. Quelli non mi diedero retta ed entrarono. E lo sai cos’è successo Giovà? Se li era mangiati! TUTTI! Ti rendi conto? Dopo nu poco entrai e stavano due scheletri a terra tutti spolpati e sporchi di sangue, e la donna morta stava mangiando dei pezzi di pelle, macchiando di sangue pure a terra”

“E poi cos’ hai fatto?” Chiese Giovanni terrorizzato.

“E poi –rispose Rocco- casomai mi mangiava pure a me, presi una pala che stava lì vicino e spaccai in due la testa della morta. E alla fine l’ ho seppellita lo stesso. Sempre morta è”

Giovanni si guardò intorno in preda al panico, dato che stavano parlando nel cimitero dove Rocco lavorava, e disse: “O-ora devo andarmene”

“Spetta un attimo –invitò Rocco- vuoi farti un giro con me fra le tombe per vedere se tutto è a posto? Ti proteggo io”.

“V-va bene” Rispose incerto Giovanni.

Grazie eh Rò. Prima mi fai cacare sotto con la mosca,la morta, i parentimangiati, e mo mi fai fare pure un giro turistico. Tu non stai bene. Pensò Mario il quale, però, accettò unicamente per battere l’abulia montana del paesino.

Durante il giro era tutto in ordine, a parte qualche lampadina bruciata, e quindi tornarono indietro.

“Aspetta n’attimo! -allertò Rocco- ho visto due balordi che si stanno scoppiando di eroina nella parte vecchia. Mi aspetti qua? Non hai paura vero?”

“N-no”Rispose Giovanni.

Rocco si allontanò verso i balordi,urlò un EHI VOI molto acuto e quelli scapparono via.

Guarda tu che bastard i-pensò- pure polvere sulla tomba hanno lasciato. Mo pulisco.

Ma che se ne dovevano venire pure con il panno elettrostatico?Cretino!

Intervenne una seconda voce interiore nella mente di Rocco.

Intanto si erano fatte le nove di sera ed il cimitero era illuminato solo dai ceri e dai lumini e animato dai canti dei grilli e delle civette che si facevano le loro brave sbudellatine di topi quotidiane.

Ma che si è unito al festino? Pensò Giovanni preoccupato e irritato. Faceva bene a preoccuparsi. Uno zombi abbastanza putrefatto, con una scolopendra che gli usciva dalla vuota orbita destra, stava nascosto dietro un cespuglio ed aveva un certo languorino. Ma non desiderava Ambrogio con un vassoio pieno di Ferrero Rocher disposti a piramide che spunta dal nulla premendo un bottone. Nossignore.

Giovanni si sedette, spazientito e cagato addosso, su una tomba bordeaux di marmo. Il silenzio e le luci spettrali lo circondavano e come se non bastasse un fuoco fatuo uscì dalla tomba sulla quale era seduto.

Una mano putrida e fetida di pesce marcio lo acchiappò per la spalla e poi spuntò una testa; era lo zombi che spiava prima. La creatura spalancò la bocca quasi priva di denti, affondò questi nella cervicale di Giovanni che, sanguinando, urlò:”AIUTO ROCCOO!”

Rocco, avendo sentito l’urlo dell’amico, lasciò perdere il suo secondo lavoro (il panno SWIFFER umano) e corse in suo aiuto. Arrivato, spinse lo zombi lontano dall’amico gravemente ferito al collo ed estrasse la sua magnum Calibro 45.

“Ora ti do il dolce” Disse Rocco puntando allo zombi la pistola.

CLICK!

“Cazzo è scarica!” Esclamò.

Lo zombi avanzava verso di lui con la bocca ancora piena del sangue di Giovanni.

“Vabbè –continuò- la pistola la uso così” Brandì l’arma.

STROCK! Il manico della pistola colpì alla tempia lo zombi.

STROCK! Un altro colpo nello stesso punto. Schizzò un po’ di sangue su Rocco. STROCK! Colpì ancora una volta quello stesso punto facendo fuoriuscire un esteso spruzzo di sangue.

STROCK! L’ultimo colpo maciullò quella parte di cervello che si trovava sotto la tempia spaccata. Il mostro morì. Rocco lo seppellì di nuovo e portò il suo amico Giovanni in casa per medicargli quell’orrendo squarcio sulla cervicale che mostrava l’osso del collo e tutti i tendini sfilacciati e sanguinanti.

 

Cinque del mattino.

Un bus della SITA entrò nel paese. Un ragazzo con gli occhiali da sole e la testa rasata scese. Era l’assistente di Rocco, Antonio, tornato da Roma dove c’era sua zia malata. Antonio prese la sua macchina dal garage e si recò al cimitero.

Arrivato al cimitero diede un’occhiata alle piante e sparò con disinvoltura un morto vivente. Con disinvoltura perché un mese prima, vale a dire, quando cominciò l’epidemia lui era ancora a Fuocofatuo ed era, perciò, abituato. Seppellì il cadavere ed entrò in casa.

Appena dentro, vide il suo letto occupato da Giovanni, febbricitante con una bagnola sulla fronte ed una rozza medicazione sanguinante dietro la cervicale.

“Cosa è successo a Giovanni?” Chiese a Rocco che era lì vicino a curarlo.

“Uno zombi –rispose Rocco piangendo- nu strunz’ di morto ambulante l’e mozzicat’ al collo”

“C’ha qualche speranza?” Si preoccupò di più Antonio.

“Normalmente non dovrebbe passare la nottata” Rispose Rocco asciugandosi le lacrime.

“Io mi sto facendo una doccia –continuò Rocco- se muore e poi si alza sparalo tu. Io…io non tengo coraggio” Se n’andò in lacrime.

Antonio, incazzato nero, si sedette vicino al capezzale del ferito e disse fra sé e sé: “Eh, manco arrivo e già devo sparare ad un aspirante zombi. E pure il letto m’ha fottuto ….no vabbè, il cristiano sta morendo. Perché devo essere così cattivo?”

Prese la pistola.

“Beh!”

TA-TLACK! La caricò.

 “Siamo pronti”

Gli occhi di Giovanni ruotarono mentre annaspava, poi le pupille sparirono verso l’alto e la pelle assunse un colore bianco sporco. Il moribondo poi boccheggiò sputando della saliva mista a sangue e morì.

A te ti sto aspettando. Pensò Antonio. Coprì il cadavere.

Passarono pochi minuti ed una mano violacea spuntò da sotto il lenzuolo, la stessa mano andò sul volto coperto e se lo scoprì. Giovanni era risorto.

Nel buio e nel silenzio della stanza Antonio guardava impaurito Giovanni che si stava alzando dal letto tendendo le braccia in avanti e fissandolo con uno sguardo bianco e spento.

Antonio puntò la pistola.

Giovanni zombizzato si portò la mano rattrappita di defunto dietro la nuca e si strappò il cerotto della medicazione tutto sporco di sangue e pus verdognolo. Lo zombi avanzò sempre più verso Antonio. Cazzo! Il caricatore si staccò dalla pistola. Antonio, terrorizzato, si mise a raccoglierlo e a recuperare tutti i proiettili sparsi. Il morto ambulante col corpo di Giovanni andò vicinissimo ad Antonio tendendo la mano destra in un gesto rapace. Antonio riuscì a recuperare tutto. Lo zombi avvicinò la mano destra sulla sua spalla. Antonio, cagato al massimo, riuscì a caricare quella maledetta pistola. Lo zombi avvicinò ora la dentatura alla spalla di Antonio che era già stata acchiappata dalla mano destra. Antonio alzò la pistola di fronte al morto vivente.

BANG!BANG!BANG!BANG!BANG!BANG!BANG!

Rocco sentì dal bagno gli spari e gli cadde di mano il rasoio elettrico facendosi in mille pezzi.

“LO SEPPELLISCO IO CAPO!”. Gridò Antonio in direzione del bagno.

Poi sollevò da terra la carcassa che aveva una voragine purulenta sulla cervicale ed il volto crivellato dai proiettili, che gli avevano anche fatto schizzare un occhio di fuori, e si recò al cimitero.

SPRATCH!Il corpo si sfracellò pesantemente nella fossa scavata per l’occasione.

“Manco torno e devo seppellire i morti” Lamentò ancora Antonio. Coprì la fossa con la pala e mise, per il momento, una stilizzata crocetta e ci scrisse su con un pennarello viola GIOVANNI TICINO.1959-2002.

Rocco uscì dalla doccia, si scolò una bottiglia di Bacardi Breezer all’arancia e si abbatté sulla poltrona davanti alla TV.

“Rocco –gli disse Antonio- io ho bisogno di uscire, e credo pure tu. Vuoi venire a quella nuova discoteca aperta a Potenza?”

“No –rispose Rocco- preferirei stare solo”

“Vabbè” Antonio uscì di casa.

Appena uscito fuori ammazzò uno zombi, che lo stava seguendo, a colpi di forcone e si avviò alla fermata del pullman.

 

La musica house rimbombava in quel locale illuminato solo da alcune lampade alogene viola. Antonio ordinò una mega sangria servita in un melone vuoto e si sedette a guardare le ragazze che nel loro periodo più bello della vita si dimenavano nelle danze.

Verso le ventitre c’erano solo una cinquantina di persone e intanto nella campagna si riusciva ad intravedere una sagoma zoppicante e con le braccia tese in avanti. Dopo mezz’oretta la gente nel locale era aumentata come era aumentato anche il volume di un martellante vinile di musica house anni novanta.

Nella campagna le sagome zoppicanti e con le braccia tese erano diventate due e sembrava che fossero attirate dalla musica proveniente dalla discoteca.

A mezzanotte e un quarto il locale era affollato di gente che ballava e ordinava bevande ed il tutto era amalgamato con la musica sparata a tutta potenza da una ventina di casse giganti con i bassi da duecento Watt.

Le sagome zoppicanti erano diventate quattro e, arrivati sotto i riflettori della discoteca, si riuscivano a vedere meglio; erano quattro morti viventi putridi, affamati di carne umana ed assetati di sangue. Nel locale intanto il deejay se ne era andato e ne venne un altro che mise sui piatti i successi della stagione e Antonio si era quasi assopito per i fumi dell’alcol.

Fuori, i quattro morti viventi iniziarono a tirare pugni alla porta di servizio crepandola tutta. Il deejay iniziava a sentire dei rumori. Gli zombi spaccarono la porta causando un rumore terribile.

“Scusate ragazzi –disse il deejay spegnendo lo stereo- ma ho sentito dei rumori alla porta di servizio.Aspettate un attimo, chiamo il buttafuori”.Uscì fuori ad avvertirlo.

Andrea, il buttafuorim, era molto più simile ad un armadio quattro stagioni che ad un essere umano. La sua stazza incuteva timore a tutti. Se ci fosse stato davanti Donato Bilancia si sarebbe fatto il segno della croce.

 “Cosa volevate fare? –chiese l’energumeno guardando fuori- Distruggere la discoteca? Vedete che c’è una multa molto salata! Ok, cos’è quest’aria da minchioni? Se non lo avete capito così –si rimboccò le maniche e si scrocchiò le dita- iniziate a chiamare le vostre famiglie”

Andrea atterrì vedendo davanti alla porta di servizio ormai rotta quattro morti decomposti e orrendi che emettevano dei versi che sembravano venire da chissà quale distanza,da chissà quale cavernoso abisso.

“Ragazzi come vi siete conciati?”

Gli zombi entrarono, sbudellarono, con non poca resistenza, Andrea e sbranarono e contagiarono tutti gli altri.

 

 “Se ci fosse stato Rocco ora sarebbero tutti ancora vivi”

Disse Antonio sopravvissuto per puro culo al massacro. Diede un’occhiata ai vari pezzi di persone sparsi per il locale e poi disse: “Ma intanto……-si strappò la faccia e mostrò il volto di un cadavere marcio-……l’orrore continua!”.

 

Fuocofatuo, prima mattina.

Antonio arrivò in paese esausto e si recò all’unico baretto-attrattiva del posto.

Rocco si alzò dalla poltrona, si strappò la faccia svelando il volto di uno zombi e andò al bar del paese. Anche lì tutti si strapparono la pelle, rivelando d’essere morti viventi anch’essi.

“Allora –esordì Antonio- prendete tutti le vostre schedine, io ho qua il tabellone. Cominciamo…”

Alcuni paesani si sedettero intorno ad un tavolino e si armarono di carta e penna. Antonio segnava dei punteggi.

“Sì però la prossima volta voglio fare io lo zombi, sempre il custode mi fate fare”

lamentò Rocco.

“Eh vabbò dài, sei stato in gamba anche stavolta. Grazie a te ed Antonio, che pure è in gamba, la squadra degli Zombi ha totalizzato tre punti in meno. Ci servite in coppia, è inutile”

incoraggiò il barista togliendosi gli ultimi lembi di maschera color carne dal suo vero volto da morto vivente putrido.

 

Ad un altro tavolino erano seduti altri paesani, ugualmente armati di tabelle e schedine.

“Davide, la tua scena del cugino che viene a trovarti e poi lo azzanni è stata un vero capolavoro! Bravo. Quindi, 10 punti per il realismo, più 20 per aver coinvolto un vivente, aggiungiamone altri 40 per averlo trasformato in un membro della squadra..in tutto fanno 70 punti. Sei nominato caposquadra per la prossima volta” si complimentò un serioso morto vivente con occhialetti e penna, ridotto ormai ad uno scheletro coperto di sangue secco.

 

“Il totale, Antò?”

chiese una zombi che si era strappata la falsa pelle umana dal volto.

“In pratica –spiegò Antonio- io innanzitutto lascio il mio posto di caposquadra degli Umani a Rocco, credo che lo meriti tutto. Poi, facendo una media ponderata d’ogni singolo punteggio di ognuno di voi, diviso il numero dei concorrenti me compreso, arriviamo tondi tondi a 55 punti”

 

“Evvaiiiii! –esclamò uno zombi all’altro tavolo- Questa volta noi Zombi abbiamo stracciato gli Umani! 100 punti! Grande Davide, ufficialmente sei caposquadra alla prossima mano”

 

“Ehi vaffanculo và, non vi bullate assai, vedrete la prossima volta come piangerete!”

disse irritato Rocco rivoltosi al tavolo degli Zombi.

 

“Intanto stasera gli Umani offrono pizza e birra a noi, i vincitori. Così si era detto”

gli rispose uno Zombi dal tavolo.   

 

Notte fonda

 

Zombi ed Umani tornarono dal locale e si diressero verso il cimitero, la loro vera casa.

“Ma com’è iniziata questa cosa del gioco di ruolo?” chiese Rocco.

“E’ un espediente per sconfiggere il tedio di Fuocofatuo. –rispose Antonio- Il paese stava letteralmente morendo mesi fa, per la chiusura mentale, per l’ignoranza, per i disservizi, per la mancanza di cultura…poi è arrivato qui un certo Franz Goldfish, noto giocatore di ruolo. Lui aveva preso a cuore la tragica situazione del paese, sapeva che eravamo diventati tutti dei morti viventi affamati di carne fresca, nemici del nuovo (vedi l’assalto in discoteca), diffidenti verso lo straniero (mi riferisco al cugino di Davde). Goldfish iniziò a far incanalare il nostro essere zombi in una comunità chiusa in un progetto di gioco. Ora Goldfish è morto, infarto. Tornando al gioco, questo consiste nell’allestire una battaglia fra Zombi ed Umani, pur essendo ambo le squadre formate da morti viventi. Come sai bene, gli Umani, a ‘sto giro noi, indossano una finta pelle da vivente e devono cercare di neutralizzare lo Zombi, che non ha bisogno di alcun travestimento, per non essere brutalizzati. Poi, vabbè, lo sai, ci stanno i punteggi e i vari premi e penitenze. Sembrano un po’ le annose sessioni dei giochi di ruolo, solo che noi continueremo a farlo per l’eternità, per cercare di dare un filo di vita a Fuocofatuo e alla nostra non-esistenza. Il meteorite del 1910? Robaccia fantascientifica che un Umano stavolta ha inserito nella partita e che non è servita comunque a vincere”

Rocco e Antonio si avvicinarono alle loro tombe e le soperchiarono.

“Per carità –continuò Antonio entrando nella tomba ed aprendo la sua bara- indubbiamente ci divertiamo con questo gioco, ma ora sono stanco, tanto stanco, come tutti, qui”

A Rocco, mentre si accomodava nella bara, scese una lacrima e singhiozzò un poco.

“Buonanotte Rocco e non piangere –incoraggiò Antonio- anche tutto questo finirà, prima o poi. Io spero solo che quando finirà tutto ciò, se esiste un vero aldilà, Franz Goldfish…sia da un’altra parte”.

Le tombe si chiusero. Anche quelle degli altri paesani. Era ora di dormire. Fuocofatuo si oscura nel buio della notte, un altro giorno è prossimo a venire e si giocherà di nuovo.

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