Il Camminatore

In quella striscia di terra tra Messina e Taormina, lì sono cresciuto.

Un lungo serpente sul mare. Una corda ai piedi delle colline. Una collana di perle tra nord e sud.

Ne ho centinaia, di immagini simili. Non faccio altro che cercarne e trovarne. Solo per cambiare definizione al pezzo di terra, sempre identico: quella striscia di terra tra Messina e Taormina. Che percorro quotidianamente. Per tenere il cervello allenato, cerco quelle immagini. Dopo un po’ che cammini, senti il tuo respiro. Diventa denso. Spugnoso. Ti entra fino alle orecchie, ma dall’interno. Come fosse liquido amniotico. Come se la tua terra ti avvolgesse in un ventre materno. Anche questa è un’immagine che m’è venuta in mente. Ma l’avevo scartata perché l’ho sentita mille volte. Però l’effetto del respiro dopo molto che cammini, è quello. Diventi tutto respiro e battito cardiaco. E i passi. Anche quelli ti cominciano a entrare nelle orecchie, con un rumore di sabbia, alla base del collo. Respiro, cuore, piedi. Una volta ho pensato: e se fosse il contrario? Un uomo vecchio mi disse: prova sempre a cambiare prospettiva. Mi chiesi allora: saranno mica le orecchie a espandersi dappertutto? Orecchie nel respiro, nel cuore, nei piedi e nei loro passi. Ci rimasi dei giorni, con questo pensiero. Poi mi risposi: no. Perché queste cose non le sento proprio con le orecchie. Stanno tra la base del collo e l’inizio del cranio, in quel luogo che forse contiene un po’ di sabbia di mare. La stessa che ho perennemente sotto gli occhi. Una volta a sinistra, una volta a destra. Dipende dalla direzione che prendo. Verso Taormina, vado a sud, mare e sabbia a sinistra. Verso Messina, vado a nord, mare e sabbia a destra. In ogni caso, sabbia alla base del collo. Per i passi. Ho tolto anche le scarpe. C’è una pietra rossa, a formare il marciapiede del lungomare. E’ liscia. E una grigia, ruvida. Mi piace camminarci sopra. I passi sono più difficili, senza scarpe. I passi sono più leggeri, senza scarpe. Lì dove sono cresciuto, un certo giorno ho cominciato coi passi. Non dico di quando ho imparato a camminare. Dico di quando ho cominciato, a camminare. Sarà stato un paio d’anni fa. Anche quella mattina dormivo. Però quella volta mi svegliai. Mi alzai. Feci colazione. Uscii di casa. Cominciai a camminare. Prima mare a sinistra. Poi, dopo molto tempo, mare a destra. Dopo un paio di mesi, nessuno mi chiedeva più nulla. Dopo qualche mese ancora, nessuno mi guardava più come fossi pazzo. Anzi: nessuno mi guardava più. Forse divenni come la sabbia: una volta a sinistra, una volta a destra, sempre lì. Sempre lì, tanto che nessuno poi ci fa più caso. Diventai magro. Così mi dicevano “sei diventato magro”. Avevo un aspetto come di un tronco di ulivo, duro, ruvido e lievemente contorto su se stesso. Ero sempre colorato dal sole. Così mi dicevano “sei sempre abbronzato”. Fino a un certo punto: poi non mi dissero più niente. Mi alzavo la mattina. Facevo le mie cose. Uscivo. Camminavo. Sabbia a sinistra: arrivavo a Taormina. Poi sabbia a destra: eccomi a Messina. Sabbia a sinistra: fino a casa, più o meno a metà strada. Mi davo una lavata. Andavo a dormire. Nessun animo sportivo. Nessun obiettivo se non: camminare. Camminare lì, in quella striscia di terra, avanti e indietro. Ogni giorno incontravo le stesse persone. La maggior parte delle volte, almeno. Anche loro facevano sempre gli stessi percorsi. Le stesse cose. Chissà perché volevano convincermi che io fossi diverso.

In quella striscia di terra tra Messina e Taormina, lì sono cresciuto. La percorro quotidianamente. Dopo un po’ che cammini, senti il tuo respiro. Ora dormo vestito. Ma senza scarpe. Dopo un po’ che cammini, senti il tuo cuore. Forte. Alla base della testa. Non mangio neanche più. Pochi pezzi di pane e un poco d’acqua. I passi, uno dopo l’altro, infiniti ma necessari. Suonano come sabbia, sotto il suono cupo e breve dei talloni. Non alzo più lo sguardo verso l’orizzonte. Ora a sinistra, ora a destra, il mare ha preso a farmi paura. Una volta ho pensato: e se fosse il contrario? Un uomo vecchio mi disse: prova sempre a cambiare prospettiva. Mi chiesi allora: saranno mica le orecchie a espandersi dappertutto? Orecchie nel respiro, nel cuore, nei piedi e nei loro passi. Mi rispondo: no. Perché adesso non sento più niente. Non il respiro, né il cuore. Nemmeno i passi.

In quella striscia di terra tra Messina e Taormina, lì sono cresciuto.

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3 thoughts on “Il Camminatore

  1. Essere capaci di ascolto in questo reale che si vomita parole addosso non è pregio da poco. E non mi riferisco solo all’ anziano..
    Mi piace l’incipit e la sabbia metafora di altro.
    Mi piace chi sa assemblare poesia e descrizione naturalista in un mosaico che denota un “milieu” interessante.

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