Natale con i tuoi

Lo so. Le feste sono un lontano ricordo, e quest’anno di merda non ha neanche un ponte decente, e il natale è già diventato la cosa più lontana subito dopo l’Australia, il natale è fuori tendenza, fuori luogo, come i totem di panettoni in svendita nei centri commerciali in questi giorni.
Parlare di natale adesso è doloroso quanto infilarsi, come uno spermatozoo nell’ovulo, in quei negozietti traboccanti di carne umana che in vetrina scrivono “saldi saldi saldi”.
Saldi i miei coglioni.
Avanzi di cianfrusaglie scontati al 50% sul prezzo di listino opportunamente raddoppiato, proprio come questo post, ma tant’è.
Natale, solita tavola imbandita, famiglia al completo di nonni zii nipoti animali e batteri, non si scappa.

Un incubo, dunque? Macchè. Siamo adorabili, tutti, o forse sono troppo vecchio per scrivere un post adolescenziale su quanto sia odioso il natale coi parenti.

Fortuna vuole che messi in riga, noi tutti (batteri esclusi) non si raggiunga il numero buono per mettere su una squadra di calcio: i nostri pranzi sono robetta che scorre liscia tra un “mi passi l’acqua”, “allora come va il lavoro”, “hai saputo chi è morto?” e “ma stai sempre con quel coso in mano”.
Il coso in mano è un iphone, che è più inutile del solito per due motivi:
1) Nel rustico dei miei zii non c’è campo.
2) Il pranzo di natale si svolge nel rustico dei miei zii.
Però è divertente sfogliare le icone sul touch screen con una passata di dito, anzi no, è rilassante.
E’ una specie di palla antistress, una palla antistress da 650 euro.
Tra chiacchiere e mandibole in azione e tintinnii di posate e bicchieri, l’occhio m’è caduto su una puzzola. 

Il nome esatto è “cimice”, ma a mio modesto parere non conferisce all’insetto in questione la sbarazzina allegria che merita.
Puzzola è tutta un’altra cosa, ti vien voglia di darle una pacca sulla spalla, di invitarla ad un happy hour.
Qualcuno giustifica l’utilizzo di questo nomignolo adducendo al fatto che, una volta ucciso, l’insetto rilasci un cattivo odore.
Secondo me sono leggende metropolitane.
Ne ho viste morire, di puzzole, e non ho mai sentito niente.
Gli insetti muoiono in continuazione.
Schiacciati da ciabatte, spruzzati dagli insetticidi, spappolati sul parabrezza, infilzati al volo da bacchette giapponesi.
Non ho mai visto piangere nessuno per un insetto morto, eppure stiamo sempre parlando di una vita che se ne va.
L’altro giorno c’era questa mosca in cucina, era enorme, sembrava giuliano ferrara dopo il pranzo di natale.
Non ce la faceva a volare. Non ce la faceva a sorreggere il peso del corpo sulle zampe.
Strisciava.
Non era solo in sovrappeso, era chiaramente vecchia decrepita.
L’ho intrappolata dentro un bicchiere di plastica trasparente, l’ho guardata da vicino, era orribile.
Gli occhi, gli occhi sembrava si sarebbero staccati dal resto del corpo di lì a poco.
Aveva l’addome raggrinzito, accartocciato come una pallina di carta allumino.
Chissà quante ne avrebbe potute raccontare, quella mosca.
Non molte credo. Voglio dire, quanto vive una mosca? un mese? sei? un anno massimo?
Non abbastanza da poter vedere la fine del campionato, comunque.
L’ho portata sul terrazzo e l’ho lanciata nel vuoto.
Ha preso a volare.
In modo sciancato, ma volava.
La morte fa strizzare le chiappe a tutti.
E la vecchiaia è una merda, una gran fregatura.
La puzzola era lì che se ne stava aggrappata ad una posata, accanto al piatto di mio zio.
Puzzola era un mio compagno di scuola elementare, lo chiamavano tutti così tranne me e pochi altri.
Ebbene sì, emanava una puzza disumana, e lo faceva senza bisogno di essere morto.
Ma era un bambino simpatico, intelligente, educato. Mi invitò a casa sua, una volta, non ricordo cosa facemmo, ricordo solo pavimenti freddi e lucidi, e silenzio nell’aria, troppo silenzio.
Le puzzole sono insetti comici che mi fanno pensare agli yuppie di fine anni 80.
Teste piccole che sbucano da giacche verdi con le spalle super-rinforzate.
Cosa diavolo pensano, le puzzole? Cosa vogliono dalla vita? E a cosa diavolo pensavano gli stilisti negli anni 80?
Hanno sempre quest’aria assonnata, o ubriaca non so.
Se ne stanno lì, aggrappate a qualcosa, in attesa di tempi migliori che sembrano non arrivare mai, a conti fatti non sono molto diverse da noi umani.
Ti avvicini, gli fai ciao con la mano, ma loro sembrano troppo pigre per reagire.
A un certo punto si è animata. Così.
Ok dire “animata” è ardito.
Diciamo che ha iniziato a trascinarsi verso l’estremità opposta del tavolo alla velocità giusta per raggiungerla a ferragosto.
La relatività, ho pensato: un tavolo trafficato da spostamenti di bottiglie e piatti e bicchieri e tovaglioli può essere noioso per un umano e mortale per una puzzola ignara.
Le dimensioni contano, eccome.
Non ce l’avrebbe fatta, qualsiasi fosse il suo scopo nella vita.
Ma io potevo cambiarle il destino, e l’ho fatto.
Il mio piano era semplice.
Le do una spintarella col dito e lei, infastidita, volerà via andando a posarsi sulla prima tenda a portata di zampa.
Ma quella puttana ha reagito diversamente: non ha reagito.
Forse veniva da una notte brava, forse era strafatta.
Sono passato al piano B: spinta energica che l’ha scaraventata via dal tavolo.
L’ho vista andar giù a peso morto, senza neanche provarci, ad aprire le ali.
Ho cercato con lo sguardo scandagliando una ad una le mattonelle del pavimento fino ad individuarla: supina, a pochi centimetri dai piedi del tavolo, con le zampette all’aria che si muovevano lente come un pupazzetto meccanico ormai scarico.
Ho visto scarafaggi impazzire, in quella posizione; a lei non fregava un cazzo.
Mi sono alzato dalla sedia per raggiungerla e spingerla in zona salvezza e in quel preciso istante mia madre, che stava distribuendo cannelloni nei piatti, l’ha centrata in pieno col tacco della sua scarpa senza neanche accorgersene.
Precisione chirurgica, tempismo perfetto.
Una vita stroncata tra l’indifferenza generale.
Una tra le tante, ho pensato.
Ho pensato quanta gente starà piangendo in questo momento nel mondo.
Ho pensato missione fallita.
Ho pensato a che fine avrebbe fatto, se l’avessi lasciata libera di girovagare per il tavolo.
Ho pensato che la linea sottile tra fare del bene o del male a qualcuno è molto sottile.
Ho pensato buoni ‘sti cannelloni.
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11 thoughts on “Natale con i tuoi

  1. @Josè: ma quale scusa, grazie a te per lo spazio concesso piuttosto 🙂

    @Dona: colombe… panettoni… tanto è sempre stesso impasto 😀
    povera cimice. ma le mie intenzioni erano buone, le volevo bene. se c’è un paradiso non può essere solo per gli umani, e io sono sicuro che ora mi guarda da lassù.
    incazzata nera.

  2. Andy io ti ho trovato geniale dico davvero..
    questo modo interrotto di narrare frammetario e quasi slegato.. hai scritto un racconto belissimo.
    Anche io una volta portavo fuori il ragnetto massimo che mi si è lanciato sotto un piede ad un centimetro dalla salvezza.. mannaggia povero Massimo.
    (In inghilterra i ragni non vengono cacciati dale case e gli si da un nome.. allora anche io do un nome ai ragnetti.. si chiamano Massimo.. o al massimo Ugo, fratello di Massimo

  3. Ma, alla fine, questa è una storia vera???
    La cimice ha fatto davvero questa fine? Povera!!!!
    Nel mio paese le chiamiamo “piditare” in dialetto, proprio per la puzza che emanano se le sfiori… (in realtà, però, neanche io l’ho mai sentita…)
    Buona serata e complimenti per il pezzo…

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