Camomilla e le capre written by Raffaello Bovo

Quadro ad olio di mia madre

Era un pover’uomo come se ne incontrano tanti su e giù nell’ombra cupa dei castagni, per funghi o tartufi, o al pascolo tra le grame sterpaglie di quella terra cagna. Col freddo riempiva di paglia gli zoccoli e camminava nella neve alta dei bricchi. D’estate toglieva la giacca e se la gettava sopra la spalla e quando il letame fumava, sparso a mucchi nei campi, infilava un vecchio e lercio cappotto.

Camomilla stava al mondo così.

A vederselo innanzi s’aveva, la prima volta, un subbuglio. Stava tutto ingobbito e i palmi gli sfioravan le toppe che aveva ai ginocchi. Le gambe s’intuivano salde come ceppi di ulivo e storte, anche, così e si diceva di lui che se avesse cagato bicchieri non uno si sarebbe rotto, cadendogli sulle caviglie. Alto non era, ma largo di spalle e squadrato e si capiva la forza che aveva di afferrare e stringere e spezzare. Gli occhi se ne stavano come ritratti sotto la gronda d’una fronte spiovente, -nemmeno occhi, quasi soltanto due raggrinzite fessure d’un azzurro accecato-, spremuti in un perenne sorriso senza allegria che gli aveva solcato la faccia ben più che un aratro nel campo.

Non si sapeva dove fosse nato, né chi fossero i suoi e nemmeno si riusciva a pensarlo bambino. Al mondo doveva essere già venuto così, irsuto e segnato da una confusione di sangui diversi e ostili tra loro. O dio stesso s’era forse preso il gusto maligno di scherzare col mazzo delle sue carte e rifare l’uomo com’era in principio. Queste ragioni s’era data la gente a vederlo arrivare, lui e le due capre che aveva, non per preciso disegno ma forse soltanto perché il tempo e le strade l’avevan portato a pestare quei suoli, ingrati anche con chi c’era nato.

Nelle cascine, sparse a caso nei campi e sui fianchi dei bricchi e sulle cime spelate dove già fiorivan ginestre, non si sprecaron parole, iniziando a vederlo. Per quella gente il silenzio e virtù e cosa succede s’osserva e diventa in fretta normale.

Così Camomilla divenne presto abitudine, come a prendere in mano la zappa alla lunga vengono i calli e ognuno lo sa e nessuno stupisce. I contadini, curvi sulla terra, allo scampanio delle sue capre, drizzavano la schiena e, appoggiati agli attrezzi, s’asciugavano il sudore dal volto. Guardavano la sua sagoma curva arrancare al limitare dei campi seguendo il brucare tranquillo delle sue bestie e scomparire oltre le gobbe dei bricchi. Allora, un breve sputo nei palmi, riprendevano i gesti consueti.

Al pascolo, mentre le capre s’arrampicavano a brucare qualche erba più grassa, Camomilla coglieva more dai rovi bruciati d’arsura o, nelle vigne, grappoli di dolcetto. Qualcosa lo cavava di tasca, -una coscia di pollo o un boccone di bollito che qualche donna delle cascine gli dava, trovandoselo muto sulla soglia di casa-, poi, seduto con la schiena ad un tronco, masticava contento quello che aveva e ascoltava i cani abbaiarsi attraverso la valle.

La notte dormiva dov’era arrivato, per terra, tra l’una e l’altra capra, al caldo così. Guardava il buio illimitato del cielo e certo non aveva pensieri poi, quando si serravano gli occhi, dormiva come dorme una bestia, senza far sogni. Non sapeva cosa fosse una madre o la casa o una donna vicino. Con sé aveva le sue capre e gli erano madre e calore di casa e compagnia nel sonno.

La domenica Camomilla scendeva al paese e portava incollato l’odore selvatico delle sue capre. Per lui quello era giorno di mercato. Nelle cascine incontrate per strada dava quel po’ di latte che aveva in cambio d’una o due robiole che avrebbe venduto alla bottega. Una lepre presa al laccio, di frodo, o un paio di barbi o cavedani, presi con le mani nella corrente gelida e tersa del torrente, li aveva da dare a chi li volesse. Una fiasca d’acqua di zolfo la portava al notaio. Ne aveva in cambio una manciata di spiccioli, ma con quei pochi soldi che gli tintinnavano in tasca Camomilla era ricco e s’avviava alla piazza. Lo accoglievano gli scherni di quelli che, lasciate le donne ai fornelli, vi si trovavano e stavano lì, le mani allacciate dietro la schiena per non sformare le tasche dell’abito buono e il cappello inclinato sull’occhio, a raccontarsi le solite cose tra maschi, prima d’andare alla messa.

“Guardate, arriva King Kong.” diceva qualcuno e tutti si mettevano di buonumore a fare gli spiritosi. Chi gli dava manate sopra la schiena da fargli sputare i polmoni, chi, facendo l’aria di non essersi accorto, gli saliva sui piedi. Lui sorrideva e pareva esser contento d’esser gradito alla gente.

Alla trattoria Camomilla faceva un miserabile pasto seduto in un angolo, il più buio, della grande cucina, tra bottiglie vuote e rottami di cassette messi da parte per accender la stufa. Qualche avanzo se lo ficcava nelle tasche ed era la cena. Sorrideva beato alla padrona e poi se ne andava al Caffè.

Sedeva in un angolo della saletta del biliardo, fuori della portata dei giocatori, nella penombra, il cappello abbassato sugli occhi. Mai lo levava, almeno mai nessuno l’aveva visto senza e forse sarebbe potuto passare per il paese a capo scoperto senza che nessuno lo conoscesse e pensasse qualche scherzo da fargli. Con la sua mezza bottiglia vicino, chinava sul petto il suo volto da sgorbio e lo sguardo pareva si fosse perduto nel rosso profondo del vino.

Chi veniva al Caffè per una partita e un bicchiere lo trovava così, muto, chinato sul suo sorriso, e pareva dormisse. Ai rumori di sedie spostate, però, alzava la testa e sorrideva di più, mostrando denti anneriti e sbilenchi in una smorfia cordiale. Sempre qualcuno ordinava al banco una camomilla per lui, strizzando l’occhio al barista, e quello versava un tazzone di grappa scadente, la scaldava col vapore della macchina espresso e v’intingeva una bustina già usata di tè, tanto per dare un po’ di colore. Uno, una volta, aveva iniziato lo scherzo e poi tutti avevano continuato così, ridendo sempre meno ma continuando perché ormai erano avvezzi così. A volte qualcuno aggiungeva del pepe.

Camomilla beveva e tossiva e gli colavano gli occhi, e faceva cenno di sì, con la testa, che la camomilla era buona e ringraziava contento.

C’era chi gli arrotolava una sigaretta di trinciato insieme a qualche capocchia di zolfanello e tutti stavano allegri a vederlo tirare soddisfatto, col volto atteggiato al sorriso. Aspettavano quando la cicca avrebbe fatto una bella fiammata, e si torcevano in due a vederlo tossire per il fumo acre che gli prendeva la gola. Gli versavano il vino e ci lasciavan cadere dentro la cenere del toscano e qualcuno, facendo mostra d’esser stato sbadato, gli appoggiava la brace della sigaretta alla pelle.

Tutti eran con lui come tanti bambini a divertirsi con le lucertole e i rospi ma Camomilla aveva un sorriso per tutti ed era grato di tanta amicizia. Prima del buio s’avviava a passi da ubriaco e tornava dalle sue capre.

Un giorno non le trovò.

Uscì dal pollaio deserto dove s’era sistemato con loro e non sorrideva più, mentre le chiamava, disperato. Non proprio parole, quasi soltanto un urlo di bestia ferita nell’anima. Gli rispose il verso stanco e affranto delle sue bestie, sopra la testa. Qualcuno s’era preso il gusto di andarle a prendere e legarle appese per bene ai rami d’una gaggia, pensando quanto ridere avrebbero fatto gli amici al Caffè, raccontando la storia di quelle capre penzolanti dai rami come frutti maturi.

Camomilla le liberò e stette con loro a lisciarle sui fianchi e sul capo finché sentì, sotto i palmi, distendersi il fiato. Poi tornò al paese.

Arrivò al Caffè che quello stava raccontando la sua bravata e si torceva dal riso. Camomilla lo cinse alle costole e prese a stringere come si fosse ficcato nel cranio di farne due mezzi e quello venne rosso, poi bianco, mentre il fiato gli sprizzava fuori come un pallone bucato e gli occhi stessi, iniettati di sangue, parevano volergli schizzare di fuori.

Qualcuno prese a dire “Gesucristo, l’ammazza!”.

Ci volle che uno afferrasse sul biliardo una stecca e desse con quella in testa a Camomilla, ma convinto, come s’abbatte con una legnata un manzo ribelle. L’altro rimase curvo sul banco zincato a sentire l’aria rientrargli raschiante nel petto, mentre riprendeva i colori. Nessuno se la sentì di riderci sopra e di fare altre parole, mentre Camomilla scrollava la testa a cacciare via la nebbia.

Da allora la gente non fece più scherzi, ma Camomilla al Caffè non ci tornò e non per rancore, ma adesso non osava più di lasciare le capre da sole.

S’arrivò così a quell’autunno fetente.

Camomilla aveva portato le bestie al riparo dentro un casotto di pietre mezzo franato. Aveva riassestato alla meglio i coppi del tetto e strappato i grovigli di spine e di malerbe che l’invadevano attraverso la porta sfondata. Dato fuoco al mucchio di sterpi umidi, era stato a guardare la fiamma stentata e la nuvola greve di fumo che s’avvolgeva, sfrangiandosi sul fianco del bricco.

“Camomilla s’è intanato.” diceva la gente delle cascine, e sapeva che ogni tanto sarebbe arrivato nell’aia e si sarebbe seduto in un canto, senza mai chiedere niente, come fanno i randagi che non osano entrare e, che arrivi un calcio o un boccone, son sempre contenti lo stesso e possono andare liberi a cercare dell’altro.

Per tutto quel mese venne una pioggia ostinata e Camomilla s’arrangiò come poteva, facendo ogni tanto una scappata in qualche cascina e tenne il fuoco acceso finché gli riuscì di trovare qualche pezzo di legno che non fosse inzuppato. Tirò avanti così finché il fuoco si spense, ma la pioggia continuò a picchiare con rabbia selvaggia e velenosa. E Camomilla passò il giorno e la notte buttato sul mucchio di paglia fradicia, accucciato fra le sue capre, a covare quel po’ di calore nell’unico angolo dove non filtravano troppe gocce dal tetto.

S’arrivo ai Santi e Camomilla sentiva marce le ossa e il caldo delle sue bestie non era più abbastanza. Dal paese sentiva i tocchi delle campane chiamare la gente alla messa e forse pensò il Caffè e la stufa, qualche gesto di amici, una tazza di camomilla bollente. Così si decise a lasciare le capre e s’avviò per il sentiero, ancora più curvo e incassato di spalle, contro la frusta delle gocce maligne.

Giunse al Caffè ma la gente aveva il muso lungo e non c’era allegria. Stavano tutti con la fronte aggrottata a discutere i danni che quell’acqua bastarda faceva. Lui sedette accanto alla stufa, ascoltando frusciare i gusci di nocciola che cadevano sopra la brace e sentiva sciogliersi il gelo che aveva fin dentro le ossa. Ogni tanto qualcuno che versava da bere riempiva il bicchiere anche a lui e Camomilla sorrideva e beveva d’un fiato. Ascoltava il vino scendergli dentro e dilatarsi in un grato tepore. Qualche volta s’alzava e raccoglieva nei piattini le cicche, le rompeva e, col tabacco restato, s’arrotolava una sigaretta. Stava bene, lì, con i panni asciugati, caldo anche di dentro, e alzava il capo dal petto sorridendo beato.

-Lui sì, che sta bene, che tanto ha niente da perdere.- uno disse, indicandolo agli altri.

-Se continua così staremo tutti come sta lui. Cosa avevamo, se non l’abbiamo già perduto quest’estate col secco, lo perderemo in questo diluvio. Faccia pure cosa vuole, pioggia o neve o tempesta, ormai più meschini di come siamo non possiamo venire.-

-In questa terra troia è così. Se non soffochi, anneghi. Quando comincia a andare storta non c’è più verso che si raddrizzi.-

-Lui, invece, guardalo lì come se la ride di gusto. Bel destino, il suo, di poter campare così da cuorcontento. Niente dentro la testa e niente sotto il sole e vivere leggeri come un uccello sul ramo.-

-Io il cambio non lo farei. Faccia da scimmia e vita da scimmia. Bel destino davvero! Scommetto che ha nemmeno mai messa distesa una donna.-

-Diosanto, e dove la trovi una che abbia il fegato?-

-Capisci niente, tu. Sarà uno sgorbio, ma lo sanno tutti che nani e sgorbi son ben forniti. So di uno, nano e pure gobbo, che con il suo arnese ci reggeva un bogliolo di sabbia.-

-Magari bagnata! Non farmi ridere!-

-Fossi un barbo del fiume t’ingoieresti anche la canna, tu. Di quel tale che ci rompeva le mandorle l’hai mai sentita? Saresti capace di credere anche quella.-

-Padroni di non crederci, ma vi dico che è vero. Pensa che quando gli veniva la voglia, e fai conto che era sempre in foia, andava in città, ma non gli riusciva più di trovarne una che volesse rischiare. Anche quelle del cimitero, che lavorano a cottimo, quando lui arrivava facevano sciopero.-

-Chissà lui com’è attrezzato?- disse uno. -Tu, Camomilla, vieni qua un momento, che voglio offrirti una sigaretta…-

Qualcuno s’affacciò alla porta, strizzando gli occhi a frugare la densa cortina di pioggia sferzante e vide topi saltare fuori dai chiusini e correre via ad acquattarsi da qualche parte per scampare a quel finimondo.

-Brutto segno! – disse, rientrando e spingendo la porta per chiuderla. -Si dice che i topi scappino sempre un attimo prima che affondi la nave.-

Poi l’acqua prese a sgorgare dai chiusini e in breve fece torrente nella contrada e cominciò a filtrare da sotto le porte.

D’un tratto la porta si spalancò e ci fu confusione di gente eccitata, con notizie della furia dell’onda di piena che s’andava avvicinando e, più a monte, aveva già strappato una casa e si diceva che ci fosse dentro qualcuno.

-Si sente di frane dappertutto e mi sa anche che il ponte non ce la farà a reggere una piena così.- uno disse, e a Camomilla il sorriso scomparve.

Uscì affannato nella pioggia scrosciante e una ventata maligna gli strappò via il cappello. Non si fermò a cercarlo e corse, inciampando nella corrente vivace dell’acqua che ruscellava in mezzo alle case. Pensava alle sue capre, là da sole in quel casotto aggrappato al bricco, di là dal fiume.

I muri potevan crollare, la terra franargli di sotto. Chissà che cos’altro. Aveva loro soltanto. Per lui erano tutto.

C’era gente che andava nel buio, irsuto di mulinelli accecanti, puntandosi intorno le torce a vedere i rischi che c’erano e urlava facendo schiamazzo. Camomilla correva disperato, incurante di tutto, mentre aumentava il fragore scrosciante dell’acqua e si sentivano crepitare legni divelti di rami e d’alberi strappati via con le radici.

L’arcata centrale del ponte cedette mentre Camomilla passava correndo, il fiato raschiante nel petto, la bava alla bocca ma il pensiero fisso alle sue capre, là da sole, senza nessuno che pensasse per loro.

Per un attimo vide, sotto di sé, i rottami di pietra e di malta precipitare nel buio crosciante e vorace dell’onda di piena, poi non vide più niente.

Con altre carcasse venne trascinato via dalla furia cieca dell’acqua, indietro, di nuovo verso il paese. Attraversò i coni di luce che frugavano il buio a spiare il livello dell’acqua e scomparve. In silenzio, com’era venuto.

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5 thoughts on “Camomilla e le capre written by Raffaello Bovo

  1. anche nelle nostre moderne città o negli uffici con apparecchiature wireless abbiamo bisogna di un Camomilla (magari che non allevi capre ma per qualche motivo possa diventare un capro espiatorio…), per l’incoffessabile desiderio di ognuno di esorcizzare le prorie paure di essere oggetto di scherno altrui—

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