semafori rossi

Ci sono cose che s’imparano solo col semaforo rosso. Ad esempio, come depositare una stanchezza fuori dal finestrino, oppure praticare il riposo dell’assenza di pensiero. Od anche dormire per 40 secondi, s’impara.

S’impara a spegnere la radio, a rinunciare a parole e musiche senz’appello, alle telefonate urgenti, ai pensieri che se non scriviamo non torneranno più, alle priorità fasulle.

Per stanchezza, bisogno, od insensatezza del vivere, il semaforo rosso ridisegna un momentaneo vivere nello stop. Basta fissare un punto indeterminato, collocarlo tra due auto, oppure sulla ragazza che fuma alla finestra, o verso i giardinetti del distributore. E poi togliere il contenuto dallo sguardo.

Ho messo lo sguardo, tra una rossa utilitaria (strano questo aggettivo, come se le altre non fossero utili), ed un suv argento che la segue. M’ intimoriscono i suv. Sono alti, arroganti, da condurre quasi in piedi, come fossero un tram. E questo sta accovacciato sull’asfalto, con l’aria di dire: mio!  Così diversi, l’utilitaria e il suv aspettano, persi in un privato trasparente e non coincidente.

Sposto lo sguardo, ormai libero dall’intenzione, su un’albero del giardinetto a fianco della strada. E’ l’albero dello smog: una pianta di cotogne, con 5-6 frutti appesi.  Mi faccio risucchiare da quei frutti antichi e quasi inservibili  e scivolo nel vuoto.

La semiologia del semaforo rosso conduce anche alla filosofia del frutto. L’assenza di pensiero può dire: pensa!

E cosa penso? Che il frutto cade quand’è maturo, oppure quando una mano lo stacca, od ancora, quando il vento lo strappa.  Che l’albero spinge sul picciolo -così m’ immagino- come fosse un tubo cavo e cerca di gonfiarlo, e lo riempie di succhi e di dolcezza, e cava curve sinuose, e lo trattiene finché non è il momento di staccarsene. Solo allora spinge, non più per nutrirlo, ma per dargli un’altro destino e  con un’ultimo sbuffo, lo stacca da quell’amore che l’ha fatto crescere. Questo è il suo compito, seguendo un orologio fermo di principi, che procede con il giusto tempo, per rinnovare, crescere, e far posto al nuovo.

Non c’è crudeltà in tutto questo. Ed è un pensiero così leggero che sembra il filo d’aria utile a me e a settembre.

E’ quello che dovremmo fare con i nostri figli, e non solo a casa, ma nel lavoro. Per volergli bene davvero. Continuando a crescere nel nostro angolo e permettendo loro di mettere radici, fruttificare, essere più grandi di noi.

Quando la stanchezza se ne va al semaforo, è un poco più lenta del verde, resta indietro ed insegue, è affannata dalla strada, morde meno. Finché ti raggiunge con gli impegni finti inderogabili, le telefonate in viva voce, il procedere automatico verso un’altro tempo. Tutto in sequenza. Bisogna essere giustamente stanchi per riposarsi al prossimo rosso e ripetere il rito dello sguardo che fissa e si vuota.

Chissà cosa emergerà che porti distante e vicino, e comunque via dalla gabbia delle decisioni di ruolo. Chissà…

Nel frattempo il suv soffia fumo nero, vuole superare l’utilitaria, ma non c’è spazio e gli esili cavalli della rossa, tengono a freno il gigante. Insofferente, si sposta da un lato all’altro. Guarda le alternative controluce, alza i ray ban, decide, osa, ma non riesce, finché al successivo semaforo si rassegna. Apre il finestrino ed un braccio di donna inforca una sigaretta accesa. Credo soffi o lecchi le dita perché ha la mano piena di fumo ed un lucore sui polpastrelli. Il ritmare del basso arriva fino a me. Guardo altrove. Appena oltre il muretto, c’è il fiume, un burcio semi affondato. Chiudo gli occhi,  potrei dormire. Me lo meriterei, sono stanco anche per loro. Mi riempirebbero di improperi allo scoccare del verde, direbbero: vecchio stai a casa, dovrebbero toglierti la patente. Ma sarebbe questione di 20 secondi e tutto si rimetterebbe in moto.

Io la odio l’onda verde e mi piacciono le code. Ho un futuro.

Loro no.

Nel giardino, sulla riva,  un albero di pere.

p.s. questo pezzo si intitolava: semiologia alternativa del semaforo rosso. Lasciamo perdere và…

http://www.youtube.com/watch?v=T2RvkrZuE9I&feature=fvsr

7 thoughts on “semafori rossi

  1. Mi sono fermata ad ascoltare….. mi è bastata un’occhiata al testo per decidere che era un brano da leggere a voce leggera, non alta, ma da poter ascoltare perchè le parole prendessero vita e la mente potesse vagare tranquilla!!!
    Mi piace l’ascolto, mi piacciono le code, mi piace lasciar vagare il pensiero senza occuparmi di fargli fretta o di dargli una direzione…..
    Che bello…ho un futuro anche io!!!!

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  2. Quando lessì il tuo racconto, un sorriso fece capolino sul mio viso.

    Il tuo testo rispecchia fedelmente quel che faccio spesso quando son di fronte ad un semaforo … divago con la mente e penso a chissà dove.

    Complimenti per la tua capacità di scrittura e di trasposizione.

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  3. A volte la mente vaga, prende percorsi che sembrano indipendenti dal resto della persona. Basta uno stimolo esterno anche apparentemente stupido e si parte per un lunghissimo viaggio. Capita spesso anche a me, un pò sognatore, un pò invischiato nelle reti dei miei mille progetti.
    Belle riflessioni davvero.

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  4. Oh… quanti pensieri ho perso ad un semaforo perchè non li ho scritti.
    E’ un peccato non sapere come fermarli e dover ripartire. Sembra quasi di doverli gettare per forza giù dal finestrino… Vorrei solo avere la certezza di un rosso che duri ancora un minuto, uno soltanto. Allora un modo lo troverei.
    Belle le immagini che hai portato qui. E’ così evidente che “il contenuto dallo sguardo” tu non l’abbia mai tolto…
    Per quanto assurdo, si stava bene qui in coda ad aspettare…

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