Gli occhi di José written by Dora Millaci

Quante cose hanno visto questi occhi, lungo le strade delle città del mondo. Cose belle, interessanti, strane ma anche sofferenza, angoscia e dietro ad ogni persona, una storia. Una vita sempre diversa ma ugualmente straordinaria ed unica.

Non è stato facile notarle, perché si è tanto abituati a correre da non vederle. Un giorno però qualcosa o meglio qualcuno arrestò la mia corsa. Fu così che iniziai a vivere.In quegli anni facevo il reporter per una grande testata giornalistica e fui mandato in Brasile per un servizio.

Era primavera inoltrata, faceva molto caldo e per le strade tanta gente indaffarata che non mi degnava di uno sguardo. Nessuno voleva essere intervistato. Forse per paura, per ignoranza, indifferenza. Stanco ed accaldato, mi fermai in un bar per bere qualcosa e fu allora che li incontrai. Due grandi occhi, neri come la pece e splendenti più del sole. Fu naturale sorridergli e lui ricambiò. Aveva un sorriso aperto, genuino come solo un bimbo della sua età poteva avere. Era seduto a terra, in un angolo del locale con vestiti sporchi e logori. Era solo. Avrà avuto a malapena sette anni. Nel vederlo in quelle condizioni, mi si strinse il cuore.

Mi avvicinai e cominciammo a parlare. Si chiamava José. Era il quinto figlio di una famiglia poverissima, tanto che i genitori non potendolo mantenere, lo cacciarono di casa. Rimasi senza parole ed una strana sensazione di soffocamento mi pervase. Volli saperne di più e così mi portò a visitare il suo mondo.

Fu come vedere per la prima volta.

In mezzo alla metropoli esisteva un universo parallelo. Terribile. Fatto di degradazione, emarginazione, di povertà assoluta. La cosa che più mi colpì era la quantità di bambini. Partoriti e lasciati lì a morire. Quello era il loro destino. Completamente soli, senza vestiti, cibo e riparo.

Ad ogni passo occhi pieni di rassegnazione mista a speranza. Sarei voluto sparire, mi stavo sentendo male.

Lo stesso sole, lo stesso bellissimo cielo che faceva brillare la città, piena di vita e di colori, pareva un insulto sulle loro piccole teste.

Possibile che nessuno si accorgesse di loro? Non era concepibile quella vita, anzi quella non vita. Molti di quei bambini, non sopravvivevano a lungo in quelle condizioni.

José m’illustrava tutto, come un bel libro di favole pieno d’immagini. Qui ci sono i ragazzi più grandi. Sono quelli che vanno a rubare e che sniffano colla per non sentire i morsi della fame. Altri ancora chiedono l’elemosina. Laggiù, vedi quella collina è fatta di rifiuti. Tutti i giorni arrivano dei camion e ne scaricano di nuovi. Quella è la nostra dispensa. Noi frughiamo lì dentro in cerca di vestiti o qualcosa da mangiare. Tutto può servire.

L’odore nauseabondo, unito alla rabbia ed allo schifo che provavo per quello scempio, mi fece vomitare.

I miei occhi si aprirono così, violentemente. Come venuto al mondo in quel momento, osservai realtà che non avrei mai voluto vedere.

Uscimmo da quell’inferno verso sera. Per le vie poche persone. Notai così le tracce sulle strade lasciate dai viandanti. Segnali di passaggi, come carte in terra e scritte sui muri. Ora illuminati dal bagliore della luna.

Diedi dei soldi al piccolo José per comprarsi del cibo e mi eclissai nella camera dell’albergo prenotato per me dal giornale. Disteso sul letto, fissavo il soffitto, ripensando a quell’assurdo pomeriggio. Quella notte non dormii, ma lavorai ad un articolo. Non era quello per il quale mi avevano mandato in Brasile. Il risultato fu in ogni modo più che soddisfacente.

Restai in quella città per diversi giorni e nel tour mi facevo accompagnare dalla mia giovane guida. La partenza fu sofferta. Non avrei mai immaginato di attaccarmi così tanto a quel bambino, che ormai sentivo un po’ mio. Due grandi occhi che guardavano speranzosi un perfetto sconosciuto, mi lacerarono l’anima.

Da allora imparai ad osservare le tracce nell’ombra. Capii che dovevo rallentare il passo per vedere il prossimo in faccia. Ho visitato per lavoro mezzo mondo ed ho scoperto con mia gran sorpresa, che in ogni città c’è un piccolo José.

Una volta è un signore di mezza età che ha perso il lavoro e la casa ed ora si trova ai margini della società.

Altre volte sono semplicemente i nostri vicini di casa, che con decoroso silenzio affrontano le avversità della vita.

Non sempre il sole illumina e la luna nasconde. Molte volte nel silenzio della notte, ho sentito le urla delle anime sofferenti. Ho visto le loro ombre vagare senza meta, trascinando una miserabile esistenza.

Mi sono domandato che cosa avrei potuto fare per loro. L’unica cosa nelle mie possibilità, era mettere allo scoperto verità troppo a lungo celate.

Cominciai così a scrivere una serie d’articoli. Strazianti ma di vite vere. Tracce perse da qualcuno e ritrovate da altri.

Per alcuni di questi scritti, ebbi delle ritorsioni, delle minacce, anche dalle istituzioni. Il marcio nessuno vuole che venga a galla.

Io, non mi sono mai fermato. Non mi sono fatto intimorire. Spinto dalla forza di occhi speranzosi in un domani migliore. Di occhi che credevano in me e in un avvenire possibile.

Così come un assetato cerca disperatamente l’acqua, io inseguivo la verità.

Il mio nome ormai era noto a tutti. Aveva fatto il giro del mondo. Anch’io stavo lasciando delle tracce del mio passaggio su questa terra.

A distanza di un paio d’anni, quegli articoli mi regalarono il Pulitzer. Quando m’informarono, rimasi indifferente. Un tempo avrei reagito diversamente, ma adesso ero un uomo nuovo, diverso. Avevo imparato che la vita non è solo quella che vediamo al mattino aprendo la finestra. La vita va al di là. Dobbiamo imparare a scoprirla nei visi, negli sguardi, negli atteggiamenti. Nelle piccole cose che diamo per scontate, ma che così non sono. Basta una virgola al posto sbagliato e crolla tutto, tutto il mondo di una persona.

Quanti interrogativi senza risposta. In fin dei conti ero solo un giornalista che un giorno si è fermato a guardare.

Quanto tempo è trascorso ormai dai giorni in cui mi ponevo domande. Adesso sono in pensione e mi sono ritirato in una piccola casa sul lago. Nella quieta assoluta.

Ora vedo le cose attraverso gli occhi di qualcun altro. Quelli di mio figlio. E’ laggiù. Lo guardo mentre dipinge. E’ molto bravo. I suoi lavori hanno già una buona visibilità. Ha fatto diverse mostre e le persone rimangono colpite dalla semplicità e dall’abilità di mescolare i colori. Ne usa tantissimi, quelli della sua terra d’origine che gli scorrono nelle vene.

Riesce a riportare su tela le tracce che gli sono rimaste impresse in quegli occhioni neri. Sono molto orgoglioso di lui. Il mio piccolo, adesso grande José.

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16 thoughts on “Gli occhi di José written by Dora Millaci

  1. Veramente bello……con una profonda verità, basta un niente perchè una vita venga distrutta e da un momento all’altro ci si può ritrovare in mezzo alla strada…..senza casa, senza famiglia, senza lavoro……,bisognerebbe pensarci ed evitare di giudicare a priori quando si vede qualche barbone……. Buona giornata e davvero complimenti!

    • Silvia,
      hai centrato in pieno il punto. Troppo spesso siamo superficiali. Presi da noi stessi, dai mille impegni, dalla vita frenetica che ci travolge a tal punto, che non ci fermiamo a guardare il nostro prossimo.
      Tendiamo subito a dare frettolosi giudizi, a volte con arroganza, senza conoscere nulla…
      Grazie

  2. bello, complimenti Dora. La visione della miseria annienta, se si riesce a superare il valico dell’impotenza, qualcosa si può fare. Non importa quanto, ma è un atteggiamento che ci cambia e che un po’ cambia chi ci sta attorno.

    • Concordo Willyco qualcosa si può fare ed anzi, si deve fare, contro la miseria che cammina al nostro fianco. Naturalmente imbattersi con chi ha bisogno d’aiuto, lascia un segno indelebile dentro di noi. E’ un’esperienza unica che cambierà radicalmente la nostra vita.
      Grazie mille

  3. Sai che per un attimo ho pensato che fosse una storia vera????
    E’ bellissimo e ce ne fosse di gente capace di andare oltre l’apparenza per poter cogliere l’essenza vera e piena della vita…
    Complimenti…

    • Ciao Deborath, non sei l’unica persona ad aver pensato che si trattasse di una storia vera. Questo mi fa molto piacere. Vuol dire che sono riuscita a trasmettere le giuste emozioni. Grazie mille per il complimento

  4. Ci sono storie così, vere, bellissime.
    Saper rallentare, riuscire a guardare gli occhi delle persone, riuscire a vedere quello che c’è al di là…
    Occhi che ti cambiano la vita….

  5. Anche se non fosse vera questa “storia” raccontata con la lucidità e la grazia di un grande scrittore, rappresenta cosa potrebbe “vedere” un cronista se imparasse a guardare ed a scrivere non con la superficialità del turista di passaggio ma con gli occhi e la penna (oggi il computer) del cuore!

    Commovente pensare che molte cose da te raccontate, in quel Paese, sono cruda realtà!

    • Sei molto gentile nella tua esposizione e ti ringrazio infinitamente per il commento… molto gradito. Non tutti i giornalisti riescono a “vedere” e quindi a riportare a galla ciò che accade intorno a loro. Serve qualcosa in più… forse in piccolo dono… una luce interiore che apra gli occhi… ma quelli del cuore e dell’anima.

  6. Il racconto non è bello ma STUPENDO!!! I piccoli muovono il mondo, le piccole cose ci portano a scoprire quelle “grandi” e la luce ! La luce del cuore , quella dell’anima ….. Prima o poi , tutti incontriamo occhi come quelli di Josè : possono lacerarti e accendere solo la tua rabbia o illumunare la tutta la tua vita! E’ davvero bellissimo!!!! Proprio come te!!!!!!!!!!!!!!! Baci! 🙂

  7. Grazie Marina per il tuo commento. Molte volte è proprio attraverso gli occhi innocenti di un bambino, che noi adulti possiamo vedere ancora la realtà della vita… quella che ormai ci sfugge. Sei gentilissima!!!

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