L’attesa

Cumuli a giudizio

Hamatochtmalar è l’Unico dio.

Davvero. Mi spiace per tutte le convinzioni degli uomini di ogni era, ma lui è l’Unico dio.

Ed io, adesso che sono morto, l’ho visto. Sono qui con lui, lo osservo e prendo appunti.

Mi si potrebbe dire che è inutile prenderne, per chi mai prendo appunti ora che sono morto: ed io risponderei che: anche in vita, a cosa servirà mai prendere appunti, scrivere o anche parlare?

Ma torniamo all’Unico dio.

E’ ossessivo-compulsivo, Hamatochtmalar: alla fine dei giorni deve accumulare tutto quello che c’è nell’universo in enormi mucchi. Per giudicare, anche. Giudicare le cose, oltre che le persone.

Mi diverte molto, per adesso, in questi lunghi momenti che potremmo definire di preparazione al Giudizio Universale, studiare i caratteri peculiari delle religioni di noi uomini. Perché non tutto è finto, o inventato. Non c’è nessuna idea tanto lontana dal vero o tanto sbagliata: c’è del giusto dappertutto, tra le mille sciocchezze. E’ come se qualcuno si fosse divertito ad instillare una goccia di realtà in ciascuno dei racconti che formano poi il corpus di ogni religione.

Eccolo, Hamatochtmalar.

Si avvicina il giorno del Giudizio, e lui è chiamato a giudicare ogni singolo uomo di ogni singola era.

Ma non solo. Deve anche giudicare tutto il resto. E quindi gli oggetti, ad esempio, di ogni era e luogo.

Anche le cose realizzate dagli uomini, anche quelle deve giudicare: perché nonostante la loro genesi, anch’esse hanno avuto un tempo e anch’esse hanno procurato gioie e dolori. Su scale di valori morali del tutto diverse dagli esseri senzienti, s’intende.

Le scarpe, ad esempio. Hamatochtmalar ha davanti a sé tutte le scarpe mai realizzate. E non esiste solo la Terra, questo viene da sé.

I mucchi in cui vengono impilate le cose, Hamatochtmalar non sopporta di certo che siano cumuli informi. Ogni mucchio è perfettamente ordinato, le cose che lo compongono perfettamente impilate e, ancora prima, spolverate e pulite a dovere: questo perché, come dicevo, non solo Hamatochtmalar ha sulle sue spalle il dovere di gestire il Giudizio Universale, ma anche perché è ossessivo-compulsivo. Maniaco dell’ordine e della pulizia.

Attorno a lui si muovono senza sosta, in questi giorni, tutti i suoi aiutanti, degli esseri che camminano e volano e strisciano e sembrano instancabili. Il lavoro fisicamente pesante lo svolgono loro, ma quello di Hamatochtmalar è snervante e lo lascia costantemente svuotato e apatico per ore, visto che suo malgrado, per soddisfare queste sue manie, è costretto a ricontrollare ripetutamente quanto fatto dalla manodopera. E guai per loro, se si dovesse trovare una cosa, anche una cosetta tra mille miliardi di cosette simili, fuori posto o con un granello di polvere sopra.

Ormai siamo a metà dell’opera. E dico siamo non tanto perché io vi sia coinvolto attivamente – mi limito a stare nel gruppo degli umani, sottogruppo maschi, sottogruppo caucasici, sottogruppo terzo millennio, sottogruppo primo secolo – quanto perché qui è tutto un movimento e un vociare, e anche noi veniamo riordinati e lavati e spolverati in continuazione. Anzi: gli esseri viventi sono quelli che danno pensiero continuo, data la loro naturale propensione al muoversi e allo sporcarsi.

Da qui, taccuino alla mano, vedo infinite distese di cose. Un mucchio per ogni cosa.

Mucchio di scarpe. Mucchio di penne. Mucchio di spade. E poi viti, sacchetti di plastica, guantoni da boxe. A destra riesco a intravedere i cumuli di pupazzi di peluche, elmi, troni, palline di vetro, pulsanti e bottoni. Verso sinistra, nonostante proprio in quella direzione vi siano raggruppati tutti i Titani, altre accozzaglie di camice, vetri, pietre, barre di ferro, cuffie stereo, bombe a mano e boccette di ansiolitici.

Alle nostre spalle ci sono i mucchi più interessanti. E’ indicibile tutto ciò che Hamatochtmalar è tenuto a giudicare: non gli basterà l’eternità. Ci sono infatti tutti i rumori e suoni mai esistiti dappertutto e in ogni tempo: i cigolii delle porte, tutti i “do” mai suonati, e i pernacchi e poi i peti, i colpi di tosse e gli starnuti. Per ognuno di essi, un gruppo a parte, s’intende.

Mi hanno detto che ancora più in là, dove il mio sguardo non arriva – e dove io non potrei arrivare, guai in questo momento a spostarsi dall’ordine più che militare -, molto oltre la divisione degli animali, svoltato l’angolo del mucchio delle nuvole e quello delle piogge, sono raccolti cumuli di idee e concetti, pensieri e sogni, miti e racconti. Sarei curioso di vedere sotto che forma apparirebbero ai miei occhi.

Ma non posso soffermarmi su queste elucubrazioni. Hamatochtmalar spunta da dietro una massa di roba, con poche falcate passa nello stretto corridoio tra il mio gruppo e quello dei Urtyanzi – sottogruppo maschi femminei, sottogruppo ciclici di far, sottogruppo quarantanovesimo millennio al cubo, sottogruppo era palmifera -, soppesando ancora tra le mani una sorta di spolverino come meditando sulla bontà del suo lavoro. Si accomoda nella sua posizione preferita, una sorta si spirale che si avvolge intorno al Tempo. Uno dei suoi aiutanti gli sussurra qualcosa.

Hamatochtmalar annuisce gravemente. Si appresta a iniziare il suo infinito lavoro.

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