Erbario d’Estate written by Lidia Are Caverni

Il topinambur non lo conosci che

di giallo fiorisce nell’amaro suo cuore

ad allietare deserti le brulle distese

che costeggiano l’acqua nidi di ragni

di lucertole fuggitive o i campi dove il salice

si arresta troppo presto arrossato in primavera

lo corteggiano ogni volta gli insetti formiche

dalle oscure radici nascoste nella terra

farfalle di poco conto sfuggite alla città

o talpe dalla tana avara che la luce non vedono.

Per non parlare poi della rosa che

nel giardino  fiorisce orgogliosa

del suo possesso il sole la bacia il vento

la culla trasportandone essenze ma il cuore no

non può chiuderlo a chi ingrato la visita

le ruba bellezza un moscon d’oro segretamente

racchiuso che la divora  farfalle in cerca

di dolcezza appassisce e il giardiniere

la taglia.

L’umile convolvolo si arrampicava

al cuore alla rete che separava

gli amanti per cui potevano solo

guardarsi ognuno aveva la sua prigione

costruita di case potevano solo raccogliere

un fiore da odorare assieme scansando

il piccolo insetto  che dentro racchiudeva

tenerlo stretto perché niente si perdesse.

Ameresti forse la viola dagli infiniti

colori fiore gentile che i prati abbellisce

il vaso il giardino lo vorresti per guardarla

vicino nascosta nelle sue foglie come

fosse timida fanciulla tenerla per il suo gambo

sottile dentro un libro racchiuderla

perché l’amore non dimentichi.

Il botton d’oro guardava il sole

inebriandosi di luce illuminava il prato

quando la neve si scioglieva aspettava

nei suoi molteplici petali che il cuore

mostrasse ma non si apriva mai del tutto

restava raccolto in se stesso nella concentrica

felicità.

Ti ho mai parlato del giglio

che ha nome martagone nome

difficile per tanta bellezza accarezza

l’erba ergendosi fiero se lo cerchi

non lo vedi appare d’un tratto quando

non sai a neve sciolta nel passo che cauto

solca il prato a volte lungo un sentiero

che nessuno percorre molte volte vorresti

vederlo ma non lo vedi quasi mai

e lo rimpiangi.

Piange la veronica per la sua effimera

vita un gesto di carezza un passo

che la traversa un soffio leggero

di vento nuda rimane senza più petali

azzurra o rossa costruisce macchie

di vanità che come la vanità dura poco

e non resta che  un gambo gramo attaccato

alla terra priva dei suoi colori.

Il fiordaliso temeva il ritorno

dell’estate il giugno fulgente

di sole mescolato al grano si beava

del suo fiorire in spiga crescita

che via via si accelerava fiore dal gambo

robusto dall’ovario greve per molteplici

maternità viveva del suo riflesso

ma il cuore si stringeva all’imbiondire

del grano sapeva che presto tutto

sarebbe finito nell’implacabile ingranaggio

della vita.

Ai margini del prato il cardo ti ignora

ravvolto nel suo segreto ruvido

involucro di petali colorato di rosa

aveva assaporato la pioggia il lento

cadere che rinfrescava le montagne

frizzore che penetrava l’anima nessuno

doveva vederlo aspettava il sole lo schiudersi

che pigro gli avrebbe disteso le membra

la mano non poteva coglierlo protetto

di spine restava sfidando il tempo.

Pelosa morbido cucciolo dopo

la neve l’anemone si erge nei suoi colori

la illumina il giorno fiero la luce che

taglia la montagna tra i bassi intrighi

del bosco l’accompagna l’agrifoglio

il pungitopo da poco cresciuti in germoglio

il timo gentile che sparge profumo non è

per le cime a volte un riccio di castagna

ormai spento le punge il cuore l’infisso

gemere di terra o il lombrico roseo

che le fa dimora.

Il papavero aveva il cuore nero

lunghi stami  per i petali lievi

era esploso in un giorno di prima

estate distendendosi ala di farfalla

che il bozzolo lascia non potevi

indovinare il suo colore nel boccio

racchiuso mescolato al grano lo colorava

di vergogna sapeva che presto sarebbe

sopraggiunta la fine chinato il capo

con la spiga negli accomunati destini

ma si beava di sole fiero fiammeggiava

di lietezza.

Ascolta come soffia il vento sui teneri

fiori  muove di carezza petali lievi

che durano poco ascolta messaggi

d’amore ne trasporta l’essenza i semi

che daranno la vita nei luoghi lontani

sui tetti fra i sassi sugli asfalti di strade

che il passante ignaro calpesta dalla montagna

al mare a confondersi con fiori sconosciuti

seguendo vie misteriose con il corteo

degli insetti a dare il dolce miele.

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