La macchina da cucire written by Fausta Genziana Le Piane

Si sostiene che non si dovrebbero fare mai promesse ai bambini, perché non le dimenticano più.
 
         Non avrei mai pensato che una sedia a rotelle potesse lasciare tanto spazio vuoto. Sono seduta sul letto della stanza che un tempo era di mio zio Enzo che da anni viveva su una carrozzella, un ictus l’aveva costretto lì. Fisicamente non c’è più, ma nella mia mente è presente più che mai.
         Guardo in alto sull’armadio. Le tele sono sempre là, sempre solo disegnate nell’attesa della forma definitiva. Per un suo compleanno, che veniva subito dopo il mio, gli regalai degli scacchi perché era un grande appassionato di questo gioco. Amava la filosofia, mi ha insegnato che la vita è una gran fiesta, una continua fiesta. Quando penso a lui, il cuore si riscalda.
 
“Fausta, tu sei un’artista senz’arte!”
“Che cosa devo fare allora, zione?”
Cercati un’arte…”
“Zione, dipingerai una Medusa per me?”
“Certo, nipotona, ho già comprato la tela e i colori”
E invece non ha dipinto più. Scriveva, forse, alla fine, la storia della famiglia, ma non mi ha lasciato neppure quella, ora che neppure mamma c’è più. Mi restano i quadri.
Io per timidezza non ho mai avuto il coraggio di fargli vedere le mie cose, avevo troppa stima di lui e paura che sostenesse che non valgono nulla. Ormai non potrò più fargli leggere nulla né vedere alcunché.
 
         Per mio zio Enzo, uno dei fratelli di mamma, ho sempre avuto un’attrazione particolare ed un rapporto privilegiato. Forse perché siamo entrambi artisti. Quand’ero piccola, viveva con noi da giovane studente, in quello che si chiama “Quartiere Africano” perchè alle vie sono stati attribuiti nomi di quel continente: Piazza Addis Abeba, via Ogaden, via Cheren, via Scirè.
         Dalla mia casa di allora, la salita di via Chisimaio conduceva a via Cheren dove si trovava il fotografo D’Andrea, il fotografo di casa che mi ritrasse vestita da giapponesina per non ricordo più quale compleanno che cade sempre nel periodo di Carnevale. Ricordo l’alto scalino che a fatica riuscivo a superare, ricordo le grandi vetrine con le foto.
         All’angolo tra via Cheren e Via Tripolitania c’era un gran negozio di ferramenta. C’è tuttora, anche se ha cambiato le vetrine e offre articoli impensabili negli anni ’50.
Ero piccola e mio zio mi portava spesso a spasso. Portavo un vestitino rosso quel giorno e lui mi teneva per mano. rossa che per anni ha ossessionato i miei ricordi più di una bella donna o di una Ferrari. Dovevo guardarla proprio con cupidigia perché mio zio mi disse: “Ti piace? Te la regalo”.
Passarono gli anni, tanti, passarono anche tante perdite e tanti dolori, ma nessuna traccia della mia macchina per cucire che non smettevo di desiderare e la cui mancanza mi pareva uno smacco insuperabile.
“Ma zio – gli ripetevo – mi avevi promesso la macchina per cucire…”
“Va bene. La volevi la macchina per cucire? L’avrai!”
Passarono alcune settimane e andai a trovarlo. Con il sorriso sulle labbra mi disse: “Vedi, ogni cosa presto o tardi arriva, basta saper aspettare…Ecco la tua macchina per cucire”. Infilò le mani nella tasca della giacca e tirò fuori una macchina per cucire in miniatura, perfetta, sembra antica, una vecchia Singer. Sono felice, raggiante, ha anche la manovella che gira e l’ago che fa su e giù e la base decorata. Sarà il mio oggetto preferito, lo terrò dinanzi a me sulla mia scrivania.
 
E’ il mio più bel temperino. 
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5 thoughts on “La macchina da cucire written by Fausta Genziana Le Piane

  1. Sono estasiata! Ho letto e riletto questo racconto, sorridendo perchè mi sembra di averlo scritto io….
    Per prima cosa mi chiamo Fausta e da piccola mi chiamavano “l’artista delle cose inutili”.
    Sono nata insieme alla guerra…a dieci giorni di distanza; in quei giorni non c’era davvero da spendere e mamma cuciva lei per me e le mie sorelle tutti i vestiti – non era una sarta ma aveva gusto e pazienza e noi eravamo orgogliosissime di quello che indossavamo.
    Allora le macchine da cucire erano per lo più a pedale, invece mamma aveva una macchina “portatile”…..una macchina a manovella. Nessun altro poteva darle una mano….girare la manovella era il mio desiderio più grande, stavo attentissima a seguire i tempi che lei mi diceva….”vai più veloce”…”attenta, vai pianino perchè c’è la manica e bisogna fare la curva…”.
    Avrei voluto conservarla io, invece io mi sono sposata ed ho cambiato città e quando mamma è morta la macchina non c’era più….forse quando è dovuta andare a vivere con una delle sorelle è stata data via insieme ai mobili della vecchia casa….
    Non mi vergogno a dire che ho pianto!

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  2. Non solo abitavo da quelle parti, in via Santa Costanza…
    non solo in Via Cheren abitava la mia amica del cuore della scuola media…
    non solo la sorella di mia nonna, che per me era molto di più di una zia, mi aveva, già da piccolissima, insegnato a cucire sulla sua macchina a pedale, che era una Singer con tutti i ricami di ghisa, ed io cucivo i guardaroba alle bambole…
    non solo il primo regalo a me più caro è stata una piccola Singer, rigorosamente a manovella, che cuce (la conservo ancora) con un unico punto a catenella…
    non solo il primo vestito da sera l’ho ideato e cucito con la mia macchina da cucire elettrica che ricama persino… ma è tutta un’altra musica!
    Grazie di aver suscitato tanti piacevoli ricordi!
    Love L

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    • una promessa può avere un messaggio recondito ed essere un obbiettivo che nel tuo profondo desideri raggiungere…
      Solo tu puoi intuirne il significato!
      Sono certa che hai la sensibilità per scrutare in fondo, e magari nemmeno tanto in fondo, a te stessa…
      Love
      L

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  3. La promessa sono il sorriso e l’ironia di mio zio che non dimenticherò mai più. E la risata che abbiamo fatto quando dalla tasca ha tirato fuori il temperino: un’unica occasione di scrittura.
    Grazie
    Fausta

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