Rasoio

tende

E queste erano le previsioni per domani” è il breve movimento sonoro tra due fermo immagine.

Il primo, precedente, è quello in cui Enzo è seduto alla poltrona da barbiere. Attorno al collo, pelle accapponata per il passaggio della lama fredda del rasoio, ha annodata l’ampia tela a raccogliere i peli tagliati. La luce è gialla e densa, ammassata oltre le fettucce della tenda di plastica trasparente, esercito in assedio di cui penetrano all’interno solo le prime linee, rendendo visibile l’invisibile del pulviscolo nella stanza. Tutto è fermo, dentro e fuori, forse a causa del vento di scirocco che rende molli le gambe e imperlate le fronti. E forse anche per la sabbia del deserto che con quello arriva: copre tutto e ogni cosa trasforma in simulacro di statua. Sotto le inutili pale del ventilatore, il nonno di Enzo ha il rasoio in mano e la forbice nel taschino anteriore della camicia che indossa quando lavora, per tagliare i capelli e rasare le barbe. Di fronte a Enzo, una radio economica e impolverata gracchia parole e suoni incomprensibili a un volume minimo, unica colonna sonora della scena immobile, assieme allo sporadico zic zic delle forbici.

E queste erano le previsioni per domani” ha il tempo di uscire dalla radio, e in questo tempo tutto si muove, forse anche più velocemente del dovuto. Il rasoio continua e finisce la sua traiettoria, come un pallonetto morbido che supera il portiere ed entra in rete lisciando appena l’erba del campo. La luce prende a muoversi, scossa dalle fettucce di plastica della tenda a loro volta sospinte dal lento roteare del ventilatore, e le prime linee penetrate all’interno sono scosse da colpi di obice. Il pulviscolo rotea, galassie e sistemi illuminati da un gigantesco sole. Eppure tutto è come restasse fermo, forse a causa del vento di scirocco che rende molli le gambe e imperlate le fronti, o forse per la sabbia del deserto che con quello arriva: copre tutto e ogni cosa trasforma in simulacro di statua. Il nonno di Enzo guarda nello specchio, per incrociare in un punto inesistente al suo interno lo sguardo di Enzo. I loro occhi sorridono, per un istante senza parole. Di fronte a Enzo, la radio economica e impolverata torna a gracchiare parole e suoni incomprensibili a un volume minimo. Pian piano i suoni si spengono: del ventilatore, delle fettucce della tenda, niente più zic zic di forbici, e poi via anche il tagliente e denso vorticare del vento di scirocco. E infine la radio, muta.

Il secondo, posteriore, è quello in cui il nonno ha abbandonato il rasoio, ora per terra tra alcune ciocche scure di capelli ancora da spazzare e qualche scaglia di forfora che sembra formaggio grattugiato. Enzo se lo ritrova sulle gambe, suo nonno, riverso con la pancia sulle ginocchia, l’ampia tela a raccoglierne il corpo in mezzo ai peli tagliati. L’attenzione di Enzo, la prima, è per quegli oggetti che lo sorprendono, al contatto: la forbice tra le dita, e sull’avambraccio gli occhiali scivolati dalla fronte del nonno, dove stavano sonnecchianti per ore e giornate intere. Non un respiro, non uno spasmo. Enzo è bloccato con lo sguardo sullo specchio, i capelli tagliati solo in parte: cerca con lo sguardo gli occhi di poco prima e la vita dentro di essi. Ma nello spazio inesistente dentro lo specchio niente rimane, come portato via da un perenne vento di scirocco. Sarebbe bello, si sta ritrovando a pensare, conoscere davvero le previsioni del tempo, come di solito le chiamiamo: del tempo, appunto, e non del clima.

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