Amore sacro

Ogni volta che vedeva cosa buttavano negli scarichi lungo il fiume o appena dietro la curva del sentiero che s’inerpicava nel bosco, si domandava il perché di tanto spreco.

Per lui contadino, gli oggetti avevano un valore che andava oltre la grettezza della sua visione del mondo, tutto doveva essere conservato, riparato: l’inverno era lungo ed aggiustare e brigare era un modo per non sprecare questo tempo che ritornava con certezza ogni anno.

Con questi pensieri per la testa si chinò a raccattare una bella piattina di ferro che, pulito, senza ombra di ruggine, stava assieme ad altri rifiuti, lungo il sentiero che lo portava verso il fiume, dove andava per vedere come lo aveva lasciato l’ultimo temporale.

La sera mentre si  rigirava tra le mani quel pezzo di metallo, decise che ne avrebbe fatto un coltello, da tenere sulla tavola sempre pronto all’uso.

Aveva una piccola attrezzatura nel deposito degli arnesi, e tra questi una piccola forgia, con il ventilatore a mano, che adoprava saltuariamente per fare qualche paletto o qualche chiodo di quelli lunghi che non si trovavano più oppure qualche staffa per rinforzare la conigliera o il cancelletto della porcilaia.

Dopo aver preparato l’acqua e l’olio che adoperava per temperare, come gli avevano insegnato quando era giovane, aveva approntato e portato a temperatura il fornello, manovrando con perizia il ventilatore a mano della sua piccola fucina, allora prese il pezzo di ferro con le pinze e lo mise nel fuoco ruggente.

Era abile con le mani ed in breve tempo dette  forma al suo coltello, con precisi colpi di martello sull’incudine che fissata ad un solido ceppo di quercia era pronta e vogliosa di lavoro.

Limò, ripulì, affinò.

Fece con una menarola due fori per il fissaggio del manico: aveva deciso di ricavarlo da un ramo di ulivo ben stagionato, che aveva trovato nella legnaia. Ne temprò la superficie, lo affilò pazientemente con la pietra, con due rivetti aveva fissato le due parti del manico, che lucidato con una passatina di olio metteva in evidenza le fiammature naturali del legno: aveva reso quel pezzo di ferro scartato da altri un oggetto da andarne orgogliosi.

Rientrato in casa, prese dalla madia un pezzo di pane, che con il nuovo coltello affettò per la cena: sorrise in cuor suo, soddisfatto del proprio lavoro.

Anche il coltello era contento, aveva capito quanto il padrone stimasse ed apprezzasse il suo lavoro; infatti quando aveva finito di mangiare non lo lavava, ma con uno straccio  ne puliva con cura la lama ed il manico, prima di riporlo nuovamente sulla tavola.

Ma il destino volle che un giorno accanto a lui sulla tavola fosse posto un pezzo di pecorino, che già cominciava a stagionarsi, lo aveva portato qualche tempo prima uno dei pastori sardi che stavano sul monte ma al coltello non piaceva perché gli sembrava grezzo, con quel suo accento forestiero, sempre pronto a deriderlo per la sua ingenuità.

A lui che era semplice ma sensibile, ripeteva sogghignando con quel modo di raddoppiare le consonanti:

“Ai vvoglia di ffare il rraggazzo sserio: ssei unn’arma, ssei, e lle arrmi non ssono bbuone!” e rideva del suo imbarazzo, pronto a trovare sempre qualche frase per ribadire a quello che farfugliava il  giovane coltello.

La mano del padrone poggiò sul tavolo, con mossa decisa, una bella pera, col suo abito marrone, con il picciolo leggermente reclinato, che evidenziava sin dal primo sguardo una timidezza profonda, così seria da apparire triste.

La lama fu colpita da una paralisi: un fremito la percorse, quelle belle forme la fecero restare a bocca aperta, incapace di pronunciare qualsiasi parola.

Il pecorino, più malizioso, colse subito il sentimento che fulmineo era nato in quel cuore di acciaio ed iniziò subito a prendere in giro il povero coltello.

Queste frasi fecero alzare gli occhi alla pera, che si riflesse nella lucida lama come in uno specchio e mentre la sua bocca si schiudeva in un sorriso riservato, lo salutò:

“Ciao, sono una pera Abate e tu?” Domandò.

Il coltello non sapeva cosa rispondere, la sua timidezza veniva accentuata dalle frasi a doppio senso che quel formaggio scostumato rivolgeva ora all’uno, ora all’altra, bloccando sul nascere qualsiasi conversazione.

La pera sembrò capire e pudica sorrise nuovamente al coltello, ignorando volutamente quell’entrante e sboccato di un pecorino sardo.

“Ora vvedrai, quando la ttua llama la spoglierà. Sbucciata la ssua bbianca ppolpa invitante e nnuda verrà ttagliata pprima a spicchi, ppoi a fette, allora non tti ttirerai indietro, non tti parrà vvero di fargli ssentire il ffreddo del ttuo fferro…”

“No, no… – ripeteva  il coltello – Cosa  dici, io…io non lo farò, non potrò farle mai questo. Mai. Mai!” Esclamò deciso, guardando gli occhi sbarrati della pera: “Piuttosto…”

Il passo del padrone li fece zittire, solo gli sguardi incrociandosi, ripercorrevano la conversazione, carichi dei significati espressi e di quelli ancora chiusi dentro.

Sbatté i piedi per rimuovere le zolle rimaste sotto le scarpe pesanti, che quest’anno la primavera era indietro ed il tramontano aveva portato con sé nuove giornate rigide e piovose.

L’uomo si avvicinò al camino di questa grande casa, ormai troppo vuota, riattizzò il fuoco, lo alimentò nuovamente con bei ciocchi  di quercia stagionati, e mentre si allontanava per andare a lavarsi le mani all’acquaio, sul tavolo le parole stentarono a riprendere il sopravvento sugli sguardi: il fuoco tingeva la scena di luci sanguigne e di ombre ferrigne che sussultavano sulle pareti della cucina.

Prese il pane e dalla tavola la bella pera, il pecorino, il coltello e stringendosi tutto al petto, si avvicinò al canto del fuoco, dove insieme alla sedia c’era un piccolo desco su cui appoggiò la sua cena.

Prese il coltello e tagliò una fetta di pane, poi una di formaggio, a cui tolse la buccia ormai dura e gialla.

“Vvedrai ora, prepparrati a spogliarre la ttua bella ppera.” Disse velenoso il formaggio alla lama, a bassa voce ora che erano così vicini.

“No. No, io non lo farò mai!” Esclamò. “ Piuttosto…” Il pecorino sghignazzò di nuovo.

Quando il coltello vide che il padrone lo portava verso la pera, la sua amata pera, si irrigidì, si agitò, sembrò quasi flettersi e quando le fu avvicinato, per spogliarla del suo abito, con la forza di tutte le molecole che aveva dentro, scansò il frutto e tagliò profondamente il dorso della mano del suo padrone.

La pera con gli occhi chiusi, non aveva capito cosa stesse succedendo, quando sentì le imprecazioni dell’uomo che si alzavano violente:

“Ma che c… fai? Porco …” esclamò mentre il coltello continuava a ballonzolargli  in mano, “Ora si animano anche i coltelli“ Imprecò. “Gli faccio vedere io a quest’accidenti! “ E mentre si stringeva al petto la mano sanguinante, con l’altra gettò violentemente il coltello nel fuoco.

Le fiamme attaccarono subito il manico, che si infiammò esalando una fiamma pigra e oleosa, mentre la lama sospirò sentendosi finalmente liberata dalla spaventosa realtà di spogliare e uccidere la sua amata, approfittò per rivolgerle uno sguardo intenso, prima che il calore ne contorcesse le belle forme. I loro occhi s’incontrarono inorriditi su quel letto di morte, mentre schizzi di acciaio incandescente riempivano di scintille il focolare del grande camino, che regnava nella cucina della casa ancora più vuota.

8 thoughts on “Amore sacro

  1. mi fa ricordare il soldatino di piombo di Hans Cristian Handersen, immolatosi nel fuoco insieme alla sua amata ballerina di carta!
    Sì, anche le cose hanno un’anima, quella che diamo loro con i nostri sentimenti.
    Una proiezione di noi. Una proiezione di Amore.
    Coinvolgente!
    L

    • Anche io ho pensato la stessa cosa quando ho letto questo brano.
      Domani e dopodomani verrano publicato altri 2 brani che insieme a questo completano “La trilogia della Pera” di Gianni Calamassi.

      Resta in lettura

  2. Cari amici, vi ringrazio per quello che avete scritto su questo mio brano.
    Come autore non posso che essere contento, sia per quanto ha scritto Josè, sia per l’accostamento di laurin42 con Hans Cristian Handersen: è vero gli oggetti hanno un’anima e talvolta nel loro essere cose, nel loro nome hanno il destino che le rende vive, ed è forse più facile connotarle. Grazie

  3. Bravo Gianni… racconto ben scritto e anche se richiama (come ha evidenziato Laurin42) “Il soldatino di piombo” mostra una tua personale inventiva… Anch’io rispetto gli oggetti… e proprio come tu fai notare il consumismo è una “brutta bestia” che divora tutto…

    • Devo confessarti Melania, a proposito del tuo blog, che qualche volta mi piace nascondere la polvere sotto il tappeto. Penso per un istinto a contraddire le regole imposte dalla società😉

      I complimenti per le ciliegine sono da attribuire, in questo caso, a Gianni.

      Che tu sia benvenuta Melania.

    • Ti ringrazio Maria, o Melania, come precisa Josè. Sapere che questi brevi racconti dedicati ai rapporti a tre, che spesso ci vedono riuniti in schermaglie verbali e non solo, ti sono piaciuti fino a paragonarli alle saporite ciliege, mi riempie di soddisfazione. Quindi spero che anche in seguito potrai apprezzare quanto porto dentro e metto a disposizione degli amici.

  4. Melania? Da quanto tempo nesssuno mi chiamava con questo nome… Mi chiamo Maria, nella realtà… Vedi il problema è che io tendo a farlo, intendo nascondere la polvere sotto al tappeto. Scrivere sul blog è per me il tentativo di portare a galla, alla luce, i miei pensieri.

    Però contraddire le regole imposte dalla società è una tentazione fortissima…

    Grazie.

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