La repubblica

Mia nonna aveva una borsa di pelle nera, leggermente panciuta, con una chiusura in metallo dorato, su cui si arricciavano delle pieghe verso il fermaglio a molla. Una specie di grande borsellino con due manici corti.

Mi piaceva quella borsa paffuta che evocava le occasioni importanti.

Mia nonna metteva il vestito nero a fiorellini gialli, oppure quello, sempre nero, a pallini bianchi, le calze grigie, le scarpe nere con il tacchetto, poi appendeva la borsa al braccio ed usciva.

Andava a votare.

Quei vestiti, scarpe e borsa erano per le occasioni importanti, quelle in cui, oltre ad essere, s’appariva, tirando su la schiena, il portamento e il vestito: c’era un nome ed una vita dignitosa da mostrare. E si mostrava. Lei, così riservata e minuta, pareva altissima, la sua voce dolce, ricca di vocali e d’aspirate, salutava in dialetto e mi teneva a bada con gli spiccioli.

E usciva. Dove andava i bambini piccoli, ma neppure quelli grandi, potevano andare, quindi, nonostante il nostro sodalizio costante, la nostra simbiosi quotidiana, io sarei andato a caramelle in latteria e lei a votare.

Tra i bambini e le votazioni, c’era una questione che un po’ continua anche adesso. Quasi sempre venivano tenuti fuori dal seggio, custoditi da parenti o genitori, in quei corridoi marrone e nocciola, che odoravano di polvere, legno, minestre da doposcuola per alunni poveri, creosoto e varecchina. Non si poteva fare nulla, solo aspettare e guardare pareti pitturate ad olio, in uno squallore severo, come fossimo rei nell’anticamera di tribunale. Perfino gli ambulatori, dove pure c’era il terrore delle punture, erano più allegri.

Appesi c’erano ritratti di presidenti e padri della patria, qualche Mazzini, Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele II, ma anche quelli erano ficcati dentro cornici di legno marrone, severi più per privazione che per cipiglio. Miserelli e prigionieri, come noi, come gli sguardi nostri che volevano sapere, come le gambe che volevano muoversi, come quel posto in cui saremmo finiti, ma non era ancora ora. E bisognava star fermi, altrimenti c’avrebbero cacciato, perché sarebbe finita a ceffoni, perché, oltre alle lacrime, si sarebbe rovesciata una grandinata di esclusioni future. Da che? Dal rito della democrazia del voto, dal partecipare a cose di grandi, da chissà quale altra occasione di vita civile. Che per noi non era ancora civile, ma era il cerchio delle case, il quartiere, la città, la bandiera, l’aranciata, la banda, il pranzo perché era festa. Ci avrebbero lasciato a casa e di lì sarebbe cominciata la nostra esclusione dal nostro mondo.

Quando da adulto frequentavo i seggi a vario titolo, i bambini erano stati liberati, non di rado entravano in cabina con il genitore e non di rado chiedevano ad alta voce il perché di qualcosa, e chi era scrutatore o presidente di seggio, cominciava un calvario di discussioni sulla segretezza del voto. Ma l’epoca dell’esclusione era ormai superata e si passava al silenzio imposto: già cosa da adulti.

Mica si enuncia ad alta voce per chi si vota, al massimo si fa l’exit pool.

Mia madre era una ragazza, già ad aprile era pronta per l’estate, con il vestito leggero, colorato, le calze velate, le scarpe con i tacchi ed una borsa bianca, che credo abbia tutt’ora, grande. A me pareva fosse grande. Era stretta, con due bei manici sottili, a tubetto, stava bene con le scarpe bianche, col vestito che ondeggiava, con la sciarpa. Attendeva mio padre per votare assieme. Anche lui si vestiva bene. Camicia, vestito e cravatta. E mi prendeva per mano. Mi piaceva la sua mano, sarei rimasto nel corridoio, ma era così bello ed inusuale quel calore del babbo. Li guardavo dal basso all’alto, non giocavo appendendomi a loro, ascoltavo i discorsi. Mio padre era comunista, sapeva per chi votare. Anche la mamma, al massimo chiedeva per chi scrivere la preferenza. Anche lei ascoltava le ragioni.

Mio padre diceva che il voto alle donne era una cosa giusta, fondamentale, ma che le donne ascoltavano i preti e votavano D.C.. E che allora il voto non serviva a cambiare, che anche per loro non serviva. E si dovevano svegliare. Mia madre e mia nonna, ascoltavano l’uomo di casa, ma erano sempre state indipendenti, con opinioni forti, avevano questo diritto e se lo tenevano.

Era cominciato con il referendum sulla repubblica e continuava. Non avrebbero più smesso di sentirsi uguali. Magari non abbastanza, ma di certo erano più forti. E sarebbe cambiato il mondo. Anche per loro. Oh sì, che sarebbe cambiato.

Forse per questo la Repubblica, nella mia testa è femmina e mi pare una sensazione di grande speranza e bellezza.

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