Occhi di meraviglia

Uno.

–          È stato come te lo immaginavi?

Piega la testa, lasciando che i capelli stirati scendano come una tenda sul nulla. Sospesa.

A lui a volte prendono dei grandi silenzi. Era uno di quelli. Ma andava spezzato, perché davanti al silenzio ci si arrende. Non si era mai sentito fortunato in amore. E qua di amore non c’era neanche la a. In realtà non aveva immaginato nulla, forse per paura di rovinare il pensiero. Per questo era la verità quando disse:

–          Sì.

Due.

La prima uscita non è una festa di occhi che si incantano, braccia che si aprono a ventaglio. Assomiglia meno ai film. Manca anche la colonna sonora. C’è una cortina di imbarazzo da sciogliere. Non sai dove guardare. Cosa dire. E poi sudi maledettamente. Ti preoccupi così tanto di sembrare perfetto che ottieni verosimilmente l’opposto. Cerchi di captare le reazioni, decodificare i gesti, pianificare la prossima frase.

C’è una prima uscita una volta a settimana. Una volta ogni sei mesi. Una volta l’anno. O non c’è più. Perché c’è chi non riesce a vivere davvero gli altri. E c’è chi non riesce a vivere se stesso.

Lo guardava di continuo. Per paura di perderlo. Un incontro scivolato, come quella pioggia sulla giacca. Non sapeva se fosse stata assorbita qualche sua goccia di sentimento. Non sapeva dire se l’avesse effettivamente notata. Nuvole inghiottivano il cielo amaro in un boccone. Così come la fine di una giornata il loro incontro. Lui ovviamente pagò il conto, le prese la mano e la tirò a sé per le strade ancora bagnate di Otranto. Nel golfo tirava aria pulita. Sventolavano le bandiere degli stabilimenti balneari deserti in lontananza.

–          È stato come te lo immaginavi? Le chiese.

Cosa c’è di perfetto alla vita. Lo sguardo di lei era perso direzione Brindisi, senza sapere però dove in realtà fosse. Non seppe rispondere.

Tre.

La sveglia tornava viva alle sette. Fredda luce dalle tapparelle. La canottiera era fradicia. Da qualche parte il sangue usciva. Scorreva via. Si controllò ma non c’erano buchi.

Tutti quei chilometri per tornare fino ad Aosta. Scomode poltroncine di un espresso poco espresso. Per avere i pensieri invasi da tutto ciò che non è lei. Per non farsi domande molto appropriate. Per non farsi domande perlomeno scontate. Al riparo da risposte sincere.

Si erano lasciati nella stazione chiassosa di Napoli. La città di Elena. Otranto era stata una pazzia. O forse no. Si rinfrescò con l’acqua corrente del bagno. Non doveva spiegazioni a nessuno. O forse sì. In un lampo di rabbia scaraventò la boccetta del dopobarba contro lo specchio. Un attimo dopo si pentì. Nel raccogliere i triangoli di vetro si tagliò superficialmente l’indice. Il sangue usciva. Lo lasciava scorrere via. Non erano questi i buchi preoccupanti.

Le donne baciano. Le donne ti costringono a ricordare che hai un’anima. Le donne rallentano gli attimi. Come per dartene il godimento. Le donne ti ricordano cose che scordi spesso. Come chi sei. E cosa vuoi. Ti ricordano che vivi di distrazioni.

Una doccia e tornò alla sua vita. Mediocremente perfetta. Da broker assicurativo. Da ingegnere. Da fruttivendolo. Non ha importanza. Il cerotto al dito ricordava qualcosa di più grande di aperto.

Nella tasca destra della giacca crema pescò la 11×15 che Elena le aveva dato a quel primo incontro. Era di qualche mese prima. Estate. Niente pose da miss. Jeans, top, coda. Gli occhi due gocce di cristallo azzurro cielo incastonate in un sorriso scivolato. Lo sguardo oltre l’obiettivo, di quelli che entrano nella foto e ti lasciano a metà, tra stupore e curiosità e intenti. Dalla miniatura della foto del profilo di Facebook 200×200 pixel a quella. Dalla 11×15 lucida alle spalle non prese ad Otranto. Passi brevi. Passi storti. Senza un vero perché.

Sai che sei troppo solo, ed è perché è sempre stato. Perché lasci che sia sempre così, tutto libero, da restare relativo. Perché non hai provato il passo dritto.

Quattro.

Il telefono squilla. Numero sconosciuto. Elena? Forse. Ma ci sono altre Elena sparse in altrettante città. Di settimane già riavvolte. Impossibile saperlo con certezza. Passi storti l’avevano portato per tutta la penisola. Una Italia in attesa di sentirsi meno solo. Appeso sempre gualcito sullo stesso attaccapanni. Pur sempre appeso. Come quando Elena piega la testa.

Tutto quel che guadagnava lo spendeva così, in viaggi di fine settimana avventurosi con donne che prendevano vita dai profili dei social network. Disastri annunciati. O fortune da scoprire. Non si dava mai il tempo di scoprirlo. Sole, abbandonate, intraprendenti, buffe, imbarazzate, impazienti, navigate, spaurite. Tutta un’illusione. Un tratto di strada su nessuna cartina. Un dolore nascosto dietro un dito.

Il telefono smette di squillare. Maurizio ha molte cose a cui non deve pensare. Come tutti.  Trascina la borsa per il centro città. È Ottobre. Il freddo non fa sconti. La sciarpa lascia i suoi colori nell’aria pungente. Agli angoli i bar pieni di vin brulé e di profumi delle loro spezie. Maurizio è il numero di previdenza sociale stampato sulla busta paga in alto a destra alla voce ‘matricola Inps’. È una foto, spolverata una volta a settimana, una vecchia foto sul salotto dei suoi. È un appartamento con nuvole di polvere sotto il letto e un monte di camicie da stirare sulla parte vuota del letto. È la barba nera ispida che si piega per sorridere ai Simpson. È queste e altre mille cose. Prima che finiscano tutte schiacciate su un muro.

Cinque.

A volte più che le persone ci mancano gli stati mentali che esse generano. A volte ci sono stati mentali come triangoli di vetro di uno specchio che non si rimette più a posto. Nessun frammento trova più quello che aveva accanto e non ti sai più guardare.

Elena compose il numero di Maurizio per l’ennesima volta. Poi capì che lui non era diverso dalla maggior parte degli uomini. Gli uomini al neon come li chiama. Si accendono e spengono, vanno a scatti, anche se hai poggiato il dito sull’interruttore. Premette ‘CANC’ forte sul cellulare. Sparì il suo numero dalla rubrica. Sparì l’illusione sincera.

Aveva capito del suo muro con cui si separava dagli altri. Dei suoi segreti. Aveva capito che non si voleva abbastanza bene per voler bene a qualcun altro. Non era una sciocca. Ma dietro quel muro sembrava ci fosse… non so…un regista a montare spezzoni, un direttore d’orchestra a dirigere la più innocente e vera meraviglia del mondo. La meraviglia delle piccole cose che addomestica gli occhi. Che accelera il pulso del cuore. E chi riesce a viverla è molto fortunato. Le uscì un’non so’…

Fissò la fine dell’orizzonte. Come faceva sempre quando era interessata a qualcosa, con la testa piegata. Sospesa.

Non si può delegittimare il lavoro del tempo. Perché è inesorabile. Perché il mandato se l’è preso prima di noi. Ci ha concesso solo di scandirlo, universalmente, aiutandoci a non perdere il conto delle cose, di noi stessi. Passarono quindici mesi assolutamente normali. Il solito stress. Nuove facce sui social network. Nuove prime pagine. Nuovi film al fine settimana. Maurizio aveva conosciuto una decina di ragazze più o meno simpatiche dopo Elena. Ormai l’approccio sul web gli veniva facile, e di persona si giocava la carta della barba ispida che si piega per sorridere. Non ne aveva mai portata a casa una. Quando chiudeva la porta al ritorno chiudeva la sua seconda vita.

In tutto questo correre c’era la virgola. In tutto l’ignorare del mondo c’era la coscienza. In tutta la leggerezza che provava c’era un macigno pesante.  Sei anni fa aveva perso la cosa più preziosa che aveva. Era una notte di asfalti scivolosi. Neanche si era accorto. Guardava il tg sul divano e girava per casa con le ciabatte. Lei faceva spesso ritardo. E lui puntualmente la perdonava. Lei in compenso gli perdonava il mercoledì della partita di Champions League. In un tratto di collina, una discesa, l’asfalto la fece girare. Girò come un carillon accelerato senza musica. La gonna si riempiva di aria. Il bosco si aprì. Non uscì più. Si fermò puntellata sul cuore di lui. Proprio così.

Quale che sia la forza di chi vuole andare avanti all’inizio non basta. Maurizio stroncato si chiuse per mesi a casa dove la mamma gli portava regolarmente i pasti. Perse il lavoro. Perse ogni contatto con la realtà. Parlò di suicidio. Tra sé e sé. Si accontentava di mangiare e dormire. E già si uccideva. Coi pensieri fatalisti regolari.

Ci vollero mesi ma ne uscì. Un giorno prese tutte le cose di lei, le dispose con cura su una coperta. Poi prese gli angoli, unendoli ne fece un grosso sacco. Raggiunse il primo spiazzo della spazzatura. Punto. Fu maledettamente difficile dato che lei viveva solo attraverso le cose che gli erano appartenute. Da quel giorno smise di amarsi. Da quel giorno tutte le cose che gli rimasero finirono schiacciate contro quel muro che si era creato. Volevano sposarsi. Volevano in fondo solo vivere.

Di tutte le cose trascurabili che era diventato per sua volontà solo una cosa conservava intatta: lo sguardo che si accende alla meraviglia delle piccole cose.

Occhi che non avrebbero più promesso a nessuno.

Sei.

Villaricca, un po’ fuori Napoli. Una bella giornata di sole. Chiesa Santa Maria. Centoquattro invitati. Due anni dopo. L’allegria dei parenti napoletani non permette a Don Luca di iniziare la funzione. Il calore spinge tutti dentro. Si soffoca. Ma Elena resiste, col velo, col braccio del futuro marito che vigila. Fazzoletti bianchi in aria. Pochi pensieri per la testa. Tremano le dita dei due. Tremano i papà e le mamme.

Maurizio sceglie l’ultima fila. Elena aspetta fino all’ultimo. Si gira e lo vede. Con la barba nera e ispida che si piega in un sorriso. Non ha idea di come abbia saputo…

Si sente male. Lo stomaco si piega in quattro come un foglio. E il mondo gira ancora più in fretta. Vorrebbe alzarsi. Fare qualcosa. Andare lì davanti a lui. Chiedergli perché. I perché. Adesso Maurizio risponderebbe. Adesso Maurizio prometterebbe. Adesso Maurizio ha negli occhi una meraviglia che non si può toccare.

Per una vita intera, una nuova vita intera, Elena ricorderà quegli attimi di intensa felicità e di intensi rimpianti. Per una vita intera, una nuova vita intera, Maurizio ricorderà di essere arrivato in tempo per condividere con qualcuno la meraviglia. Chiuse gli occhi dal troppo caldo e uscì dalla chiesa prima di tutti. Certo che le meraviglie durino poco e siano ancora tante.

 

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ESCLUSIVO PER I LETTORI DI PAROLE SEMPLICI:

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VI ASPETTO!

Fabio P.

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