l’incrocio

Quell’incrocio non ha ricordi lieti. Abitavo vicino e lo frequento da quand’ero ragazzo. Era lo snodo tra la città dei professori, delle arti liberali ed il rione popolare, per eccellenza: il Portello. Poco oltre l’angolo stavano le carceri, poi fagocitate dall’università per divenire luogo delle mie pene matematiche. D’estate si sentivano i canti dei detenuti, qualche parente sotto chiamava, qualcun altro rispondeva. Su tutto, pioveva la ruggine delle bocche di lupo, delle grate spesse, del portone scrostato. Una sera di pioggia, era d’inverno, ci fu un’incidente. L’autista del bus disse: non l’ho vista. Aveva 17 anni, morì di colpo sotto le ruote posteriori. Ero appena oltre l’angolo, il rumore non mi è mai andato via dalla testa, se passo di sera ancora lo ricordo. Per anni mi sono chiesto, perché lei. Perché una persona che aveva una vita non ancora iniziata, e i perché si sono sprecati, assieme ai punti di domanda, come ogni volta che accade qualcosa che ci fa sentire più soli nell’universo.

Nello stesso incrocio, per anni c’è stata una ragazza. Magra, si muoveva veloce tra le auto. Appena trasandata, e poteva essere un vezzo, ma si vedeva che non era così.

La parola clochard è un eufemismo gentile. Dovuto perché molti, gentili ed educati, lo sono davvero. Lei chiedeva l’elemosina con discrezione, spesso neppure accennava al gesto della mano. Se si voleva si poteva dare.

D’ una bellezza scavata, capelli corti, si notava. Un passato di tossicodipendenza l’aveva allontanata da casa, dagli affetti d’una qualsiasi gioventù, gettata via dall’usuale per passare all’eccezione. Ne era uscita, ma ancora restava sbandata. Le erano rimasti i suoi quarant’anni e la possibilità di scrivere un pezzo di vita: quella che non aveva vissuto e quella nuova.

Si è spento tutto in una notte d’estate. In una strada di cintura, investita da un’auto, mentre andava in bicicletta. Andava, non tornava. Andava da qualche parte, come tutti noi che non abbiamo solo percorsi circolari, abitudini, riti e parole che acquietano.

Dai particolari dell’incidente ho sperato sia morta subito, che non ci siano stati altri insulti e sofferenze a una vita difficile.

Chissà come sono passati per Lei,  questi anni, con pochi bisogni, il cappuccino del bar d’angolo (i baristi hanno cuore), le piccole cose messe a fianco del materassino, in una cabinetta elettrica dismessa. I pensieri, il mondo che vorticava attorno, la vita che sfuggiva e si rapprendeva in improvvise speranze di futuro. L’immagino così, che vuol vivere e che non pensa troppo al passato, ma a ciò che può fare. Serve a me, per dare una ragione, ma chissà cosa circolava nel silenzio di troppe, lunghe ore, nella sua testa.

Al suo funerale c’era la chiesa piena. L’ex assessore, tante persone che forse Lei non aveva neppure notato, persa com’era nel suo sforzo di vivere, conservando una percepibile dignità.

Clochard, ognuno di noi ne conosce qualcuno, a volte mi dico che la distanza è breve. Basta poco. Un rovescio finanziario, una pena d’ amore eccessiva, una dipendenza incoercibile, una vergogna insostenibile, oppure la fuga che rovescia la percezione del mondo. Basta poco. Il mio compagno di banco all’università l’ho ritrovato così, un amico con un segreto troppo grande ha fatto lo stesso. E poi altri border line, si dice così adesso, che erano coetanei e frequentavano i miei stessi posti, prima che le strade divaricassero. Morti di stenti alcuni, d’incidente altri, avevano un destino segnato? Molti anni fa scrissi una lettera ad un giornale e poi un articolo, dove parlavo della concatenazione indifferente degli avvenimenti, del parlar vuoto sul valore della vita umana, dell’insensibilità burocratica che semplicemente eseguiva. Eseguire ovvero l’atto che dà concretezza all’esecuzione, ma senza colpa perché tutto è separato, parcellizzato e quindi l’uomo, la carne, la sofferenza non c’è mai. Un fucile, una mira, un grilletto, una pallottola. Uno sfratto, i mobili in strada, una carta, una firma mancante, le ferie d’agosto del funzionario. Mi chiedevo: perché accade tutto questo, in fondo un problema è un problema. Si affronta, si risolve. Oppure ci si gira dall’altra parte. Vanno bene entrambe le soluzioni, ma nulla è peggio dell’indifferenza.

Al semaforo dell’incrocio, c’è un mazzo di fiori.

Le piacerebbe.

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5 thoughts on “l’incrocio

  1. Nell’indifferenza totale si consumano vite a cui si dà poco valore,convinti che ciò che accade agli altri a noi non possa accadere mai. E sotto, sotto, c’è la presunzione di pensare che in fondo , l’indigenza che pone tante persone ai margini della società, cosi detta civile,in qualche modo sia stata voluta per inerzia e incapacità di stare dentro quei margini. Come tu stesso affermi, siamo tutti border line, perchè a tutti può accadere di non riuscire a far fronte all’urgenza di sopravvivere: la fine di un matrimonio, la perdita del proprio lavoro, una malattia improvvisa…..e allora perchè andare oltre ? Oggi che si usa tanto la parola precarietà nel mondo del lavoro, dovremmo considerare che la stessa vale per la vita: nulla è per sempre e dietro l’angolo può attenderci il baratro e come risposta al nostro nulla, anche la stessa , disumana indifferenza che abbiamo usato agli altri prima. Grazie per i tanti spunti di riflessione che hai saputo darci con questo tuo scritto. Buona serata.

  2. Grazie a tutti voi per i commenti, arriviamo sempre un poco tardi per capire che un mondo appena oltre le regole del nostro, vive e si arrabatta e soffre esattamente come noi, senza le nostre possibilità e speranze

  3. Vite rimosse: quanto è vera questa affermazione! Ma forse mai inserite, mai concretizzate, lasciate morire per gli accidenti del caso. La matematica non aiuta a razionalizzare gli eventi, quando sono di questo tipo. Lasciare che la vita e la morte seguano il loro corso o arrabattarsi, lottare, ripartire talvolta solo per sopravvivere a un’easistenza precaria, alla quale oggi non siamo più abituati? E’ un quesito con troppe incognite…

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