Presi e mai dati

Ti dimeni come se bollissi nella pentola della pasta. Le pareti del mondo son forse troppo calde e troppo strette per un semplice liscio. E il resto sono tutte bollicine che vanno senza di te. Sogni a trecentosessanta gradi pronti a scoppiare. Allucinazioni da oasi-fermo immagine di centro città malata affogata deturpata. I tacchi sbattuti sui lembi dei gradini ti portano in pausa, ti portano all’odore di fritto e caffè e riflessa alle vetrine con lettere appiccicate. Smuovi il vento, pettini le piante col cappotto, pieghi le labbra alle nuove cose belle che prendono gli occhi. Tu, che provi a chiamare in continuazione ed io, che mi trattengo in ufficio dopo quella discussione, che ho paura di spiegarti come sono. Che ho in tutta fretta paura di non sapere chi sei sempre stata. Tu che conti la polvere che alzo dalle scarpe e finisce in moquette, io che non ricordo il giorno in cui compi gli anni. Il mio essere solo in pranzi al bar, in specchi da barba che dev’essere tagliata, in percentuali di possibilità che io possa avere il tuo pensiero disilluso e deciso. Tu che hai deciso di esistere per me, ed io che non avrei saputo come fare. Io che ho pianto per mille cose e in ogni posto, che non so vergognarmi del dolore come della felicità, tu che distilli lacrime per il nervoso davanti alla cucina o nascosta nel letto e poi le lasci andare per un film vecchio stile. Entri in punta di piedi a spettacolo già iniziato dei miei monologhi. Apro i cassetti dove mi nascondi le cose nel tuo ordine maniacale. Tu che canti e non t’importa chi ascolterà, io che penso se potrò pagare rate più alte per girare su una giostra a quattroruote più appariscente. Io che non mi sono segnato l’orario, che ho perso il filo, che evito gli aggettivi. Io che non mi son pettinato abbastanza bene per vederti, io che son scappato per scattare fotografie di cose che non mi facessero pensare a quanto sei bella. Tu che non ti volti mai, come regola, neanche alle mie domande, e ti circondi di sorrisi imbarazzati, di luci al neon su tovaglie a quadri che sembrano scacchiere di vita. Le fissi a notte fonda, scegli le mosse per domani, per fregare il tempo, i ricordi, il caso, l’imprevedibile.  Io che conto l’andare meccanico del cuore che non sente ragioni, che non ne ha mai avute. Tu che ricordi tutti i discorsi seri e nascondi l’anello quando ti ricordi che non sai abbastanza bene se sono cucito forte dentro. Io che non mi faccio raggiungere sui bicchieri di rosso del discount nascosto nella dispensa e provo a morire senza farti impugnare quella famosa pistola che ti vorrei comprare per semplificare le cose. Tu che scappi di fretta da appuntamenti inventati per chiuderti tra saracinesche di palpebre e malinconia di viaggi in tangenziale in mezzo a gente con le manie simili alle tue che finiscono troppo presto. Io che cerco la famiglia di cui faccio parte. I tuoi segreti con le amiche. La lotta per il film, lo strappo per le mancate scuse, le voci elettriche avvelenate incredule basse spezzate dirottate sui pavimenti quando stavamo male. In che posto eravamo, quando stavamo male?  L’ansia, la sigaretta che vibra sul medio. Tu che ti avveleni più del filtro. Sbadigli, notti insonni, le istruzioni per l’uso per non sconvolgerci meglio, noi deserti. Come la notte. Tu che non sai quando è basta. Io che non so se è abbastanza il futuro fatto di ieri meravigliosi alla rinfusa malconci spaziali e incomprensibili. Ci portiamo da vivere, ci graffiamo le diramazioni nervose, spalmiamo i cerotti scoperti che se potessero sarebbero pezze di ruote che continuano a girare per inerzia. E dividiamo le sere festive in abusate routine arrese che sanno di spesa e bucato appeso in bagno ad asciugare. Come siamo piccoli piegati a una vita che neanche ci conosce. Come siamo fatiscenti, equilibristi, recidivi ogni volta che diciamo ti voglio bene, bene agli anni da appiccicarci su come cartellini di Conbipel col prezzo sulla schiena. Come cerchiamo le stesse cose negli stessi posti in modi diversi pensando di essere in vantaggio, pensando di vederci uguali, sperando di essere uguali, essendo diversi. Tu che riconosci una fine ed io che vivo con la scritta fine da sempre. Viziati dai concetti globali di quello che un uomo e una donna possono essere, disillusi dai giorni che non sappiamo aspettare. Presi, presi, presi ma in realtà mai dati. Tu ed io.

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