Città e cittadinanze posted by Nicola Lecca

L’esodo da luoghi che l’uomo non trova più idonei al suo vivere, per motivi religiosi, politici, economici o ambientali ha, tra gli altri obiettivi, quello di trovare un habitat migliore, un luogo fisico dove ricominciare una nuova esistenza. I tristemente noti “viaggi della speranza”, dalle sponde sud del Mediterraneo trasportano il loro carico umano per varcare il confine del mondo occidentale attraverso l’Italia; oppure, quelli che fanno meno notizia, ma non meno importanti per numero di ingressi, trasferiscono i disperati negli altri “stati- porta” attraverso gli aeroporti con visti turistici. Questo popolo disomogeneo e non organizzato, ha come obiettivo la ricerca di cittadinanze “migliori”, che non sempre sono ben definite già dalla partenza. Infatti, i “crocieristi” di questi viaggi hanno comunque differenti destinazioni per la ricerca e l’impianto della propria nuova cittadinanza ideale: Italia, Francia, Germania, Svizzera… Ogni tanto la cronaca racconta che un emigrato ha difeso un ragazzo da una aggressione, che un altro si è gettato nel fiume per salvare un uomo o in mare per salvare un bambino, e che poi per alcuni di questi è stata proposta la cittadinanza “honoris causa”, poi rallentata o non concessa dalle norme vigenti. La stessa cronaca racconta, purtroppo più spesso, che altri migranti non son riusciti a raggiungere né il sogno di una nuova cittadinanza e neppure lo status di immigrati, perché il fato ha già conferito loro la cittadinanza mediterranea “mortis causa”.

Tra chi intraprende questi viaggi, c’è chi mira a riunirsi alle persone care che lo hanno preceduto nella ricerca di un futuro migliore, e chi, con estremo coraggio, fa da apripista, alla ricerca della nuova cittadinanza, dai contorni non ancora ben definiti ma con la forte speranza che riservi qualche diritto e libertà in più rispetto a quella che ha abbandonato. Superati i primi momenti, i primi passi da compiere sono la ricerca di un lavoro e di una abitazione. Spesso questi obiettivi vengono raggiunti in modi apparentemente spontanei, ma che ad un occhio allenato risultano ormai tanto automatici e prevedibili che potrebbero essere quasi codificati. Nelle grandi città ci sono i “quartieri bersaglio”, o talvolta i comuni satelliti “bersaglio”, che per le loro caratteristiche intrinseche ed estrinseche sono naturalmente predisposti ad attrarre il “popolo disomogeneo”, composto da singole persone, inizialmente sole (ma con l’obiettivo non immediato di farsi raggiungere dalle famiglie), con poco denaro, che talvolta non conoscono la lingua ma parlano francese e inglese, e non ultimo, disposte al sacrificio. Queste parti di città ospitano cittadinanze di provenienza assai diverse ognuna con il proprio bagaglio culturale più o meno ricco. L’affrontare problematiche analoghe crea senso di appartenenza sia al gruppo sociale della comunità multietnica e sia al luogo fisico che pian piano si trasforma accettandone le piccole evoluzioni. I luoghi destinati a diventare teatro di questi meccanismi apparentemente casuali sono spesso i quartieri storici, talvolta anche centrali, abbandonati dai cittadini “standard”. Tra gli ingredienti di queste dinamiche apparentemente spontanee e centripete ci sono, tra gli altri, il rifiuto da parte degli stessi proprietari di riqualificare le proprie seconde case abbandonate da anni e da loro stessi snobbate perché troppo piccole e localizzate in centri storici scomodi da abitare dal popolo degli auto-dipendenti e l’assenza di un piano di riqualificazione urbana per questi quartieri che dia valore agli immobili. L’affitto ad un “basso” prezzo di immobili talvolta molto degradati, è visto come un compromesso comodo in attesa che cessi l’immobilità dei governi locali nel prendere le decisioni e trovino i motivi ed i fondi per la riqualificazione di questi brandelli di città, che non di rado potrebbero tornare ad esserne il “salotto buono”.

La disponibilità, più o meno spiccata, delle varie etnie all’integrazione, non è né scontata e né “dovuta”. Si pensi al quasi rifiuto dei cinesi adulti di imparare o parlare l’italiano, compito delegato alle nuove generazioni, oppure ai senegalesi arrivati da poco in Italia quasi bramosi di conoscere nuove parole nel dialetto o slang locale per suscitare simpatia nei propri confronti.

Intanto cambiano i rumori e gli odori. Quando si passeggia in queste stradine strette e dalle ripide salite bordate da alti edifici degradati, si sentono voci discutere animatamente; già dalla mattina si distinguono gli odori della cucina ricca di spezie quasi sconosciute al nostro olfatto. Le architetture non si adeguano in pochi anni, ma il loro uso ne disegna e denuncia l’appartenenza. Il tessuto urbano cambia aspetto. In alcune strade sono gli odori o i suoni a cambiare, in altre ritornano i panni stesi in facciata che, se non fosse per i colori e tipi di tessuto, ricorderebbero alcune immagini dei decenni già trascorsi.

Alcuni dei quartieri “bersaglio”, che talvolta prendono anche il nome dell’etnia prevalente, rischiano di perdere il loro carattere multietnico perché tendono a scomparire le etnie diverse da quelle insediate, compresa quella autoctona. Pensando ad alcuni quartieri cinesi che si impiantano in determinate città e province, in cui è ormai strano veder passeggiare persone di nazionalità diversa da quella cinese, si riescono a leggere attenti e complessi piani di “insediamento” anche economico. Esistono casi in cui tale progetto crea forti distorsioni anche nel mercato immobiliare, per cui appena un immobile è messo in vendita, viene acquistato immediatamente dalla comunità, in contanti e ad un prezzo maggiorato per sbaragliare la concorrenza e per espandere quella etnia fino a riprodurre una piccola città dentro la città.

La pronta reazione dei governati locali per guidare la metamorfosi dell’uso dell’ambiente urbano, è tanto auspicabile quanto necessaria per evitare che le problematiche da risolvere si trasformino in più numerosi fattori criticità di complessità sempre crescente.

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