La città dei ponti posted by Fabrizio Fanigliulo

L’acqua è calma il cielo è limpido mentre sotto di me si stende il cadavere di una città, una città morta, morta annegata come se fosse l’Atlantide del ventitresimo secolo.
Io invece me ne sto qui ad aspettare che accada qualcosa, chi sa forse qualcuno un tempo, qualcuno come il professor Gobers, avrebbe detto che io sono un uomo che aspetta un miracolo, ma come si può ricevere un miracolo quando non si ha fede ?
Il professor Gogers sosteneva che ogni forma di conoscenza fosse un regalo “non siamo noi ad afferrarla e lei che si dona spontaneamente” ricordo anche che in facoltà si era soliti scherzare dicendo che “se una cosa non è dimostrabile scientificamente allora quella cosa non esiste, ma se quella cosa si ostina ad esistere allora andate dal professor Gobers, che vi reciterà una poesia a riguardo”.
Forse è questo il punto, la Città non è spiegabile con il metodo scientifico, e nonostante questo si ostina ad esistere e per questo la settimana scorsa sono passato dal professor Gobers.
L’ultima volta che lo avevo visto i suoi occhi spenti erano pieni di lacrime, io ero un pompiere incaricato di incendiare la sua biblioteca, l’ultima biblioteca letteraria rimasta sul pianeta, ogni forma di poesia, ogni invenzione romanzesca, ogni racconto, ogni storia, ogni tipo di falsità letteraria perì quel giorno io ne fui l’esecutore, quel giorno la verità vinse contro la menzogna, poichè da quel giorno nessuno potè più credere nelle ignobili falsità riguardanti  tutti quei personaggi di fantasia che non sono mai esistiti nella realtà.
Ricordo che quel giorno tutta la mia squadra temeva che lui si potesse gettare nelle fiamme per morire inseme ad Anna Karenina, a Jacopo Ortis, o al giovane Werther, ma non lo fece, rimase li sulla sedia mimando l’impassibilità mentre i suoi occhi spenti piangevano.
Quando l’ho rivisto, la settimana scorsa, era seduto in poltrona e accarezzava il suo gatto, un vecchio stanco ma pieno di dignità, quando il gatto mi vide tirò su il pelo inarquò la schiena come se volesse minacciarmi, ma lui lo calmò con una sola carezza.
Non gli ho chiesto scusa per quello che gli avevo fatto sette anni prima, lui lo ha notato, ma non se l’è presa, aveva previsto che non lo avrei fatto.
Andai subito al punto
– Vogliono distruggere la Citta dei Ponti
Il suo volto non cambiò minimamente espressione, forse aveva previsto anche questo.
– Deve aiutarmi, abbiamo provato di tutto per spiegare i fenomeni che si manifestano sul tratto di mare che ricopre la città, non ci resta che lei.
– Ebbene noi due non ci parliamo dai tempi dell’università, quando io ero ancora un professore e tu un mio allievo, l’ultima volta che si ciamo visti non mi hai nemmeno salutato, posso perdonarti il resto, ma questo proprio no, poichè non credo che qualcuno ti abbia dato l’ordine di non salutarmi, ma adesso tu vieni qui e mi chiedi “professor Gobers aiutami !”, ma non lo chiedi con rispetto lo chiedi come se ti fosse dovuto.
– Non lo chiedo per me lo chiedo per la scienza.
– No, tu lo chiedi per te, solo che non lo vuoi ammettere. Sai un tempo la gente venerava tutto quello che non riusciva a capire, il sole, la luna, i fulmini, trovo interessante che adesso invece vogliano distruggerlo.
– Non è ancora detto che la distruggeranno.
– Si ma la mia biblioteca l’avete distrutta, anche quella non riuscivate a capirla.
– No, quella era un solo un concentrato di errori, noi abbiamo corretto quegli errori in nome della verità.
– Va bene diciamo pure che quel giorno avete corretto gli errori di Omero di Borges e anche i miei personali, visto che tra i libri bruciati c’erano anche quelli scritti da me, ma adesso quando bombarderete ciò che resta della Città dei Ponti di chi sarà l’errore che avrete corretto ?
– Ho capito lei non vuole aiutarmi a causa di quello che le ho fatto…
– No, tu non capisci, Io non ce l’ho con te per quello che hai fatto, ce l’ho con te per come l’hai fatto, perchè l’hai fatto volentieri, ed è per questo che quel giorno è morta la mia ultima speranza.
– Quale speranza ?
– Quella di non essere l’ultimo, tu eri il migliore del mio corso.
Già il suo corso… ora sto qui a guardare le onde con in mano un tacquino che il professore mi ha regalato e prendo appunti, appunti su cosa poi ?
Io non prendo appunti dall’epoca dei corsi di Gobers, e all’epoca annotavo cose del tipo “La conoscenza è un dono, la realtà si adatta alle nostre aspettative, non è il mondo ad aver smesso di essere fantastico siamo noi ad aver smesso di avere fantasia”
Si forse è vero, forse ero l’unico a seguire le sue spiegazioni, e i suoi assurdi voli pindarici dai film di Tarkowsky fino alla mistica del tredicesimo secolo.
Le sue idee erano rivoluzionarie e io ero giovane e ne rimasi affascinato, col tempo poi ripensai a quell’infatuazione per le teorie di Gobers come ad un errore di gioventù, del resto al giorno d’oggi l’unico Gobersiano rimasto è lo stesso Gobers, un vecchio cieco e celebre solo per aver proposto una variante eretica del metodo scientifico che sosteneva che si potesse fare ricerca attraverso la poesia.
Ci misi poco però a convincermi che, contrariamente a quello che sosteneva lui, non è stato grazie ad Ariosto, a Rostand, a Leopardi che siamo riusciti ad andare sulla luna, è stato il motore dei razzi e non la fantasia dei poeti a spingere gli uomini nello spazio.
Ma se è vero che ho smesso di credere nelle sue teorie allora perchè ho dato retta alle sue parole ?
perchè ho accettato il suo tacquino e la sua penna in reagalo e proprio come mi ha consigliato lui sono venuto qui in barca da solo per cercare quella che lui chiama ispirazione.
“L’ispirazione, ovvero il dono della realtà che ci si svela gratuitamente sotto forma di poesia, di racconto, di romanzo… di finzione di qualsivolglia forma… come nei sogni ci viene svelata la realtà dell’inconsio attraverso il simbolismo onirico, così nel momento dell’ispirazione la vera natura del reale ci si svela sotto forma di metafora letteraria” questa era la definizione che ne dava Gobers, ma le muse ormai sono tutte morte e l’unico poeta rimasto è un vecchio solo e cieco che vive in una stanzetta umida circondato solo dai suoi gatti.
Io però a quel vecchio gli ho dato retta perchè lui ha capito, ha intuito che questa volta non è per la scienza, questa volta non sto seguendo gli ordini, questa volta le regole le sto infrangendo e lui queste cose le rispetta.
Avventurarsi in queste acque è infatti diventato illegale, ma la sorveglianza ha smesso di esiste il giorno in cui l’ispiegabile ha smesso di meravigliare e ha iniziato con l’impaurire (fu il professor Gobers a rivelarmi che in una delle tante lingue morte i due concetti si esprimevano con la stessa parola).
Ma questo è avvenuto solo dopo, dopo l’Evento, l’inspiegabile circostanza in cui un intera città ha finito con lo sprofondare nei suoi stessi canali.
I primi ad avventurarsi in queste acque furono degli scienziati, che si immersero in profondità per cercare di svelare il mistero e  che nonostante le loro attitudini logiche e razionali finirono coll’essere vittime di allucinazioni, il professor Gobers insisteva nel volerle chiamare visioni e non allucinazioni, ma io non ho mai capito la differenza, se una cosa non esiste non esiste punto e basta, e non fa alcuna differenza come la si chiama.
Solo in seguito arrivarono dei profani,  gli amanti dell’irrazionale che ormai si sono estinti, che si immergevano, alla ricerca di quelle allucinazini, come se quelle acque contenessero una nuova forma di droga alluucinogena a buon mercato. Gobers invece non ha mai provato ad avvicinarsi a queste acque, lui diveva di non aver mai avuto bisogno di allucinazioni per “vedere”.
L’origine di queste allucinazioni era misteriosa almeno quanto l’evento che aveva fatto affondare la città, la scienza non riusciva a spiegarle, e fu allora che si decise di isolare la zona, e con lo stesso spirito oggi si è deciso di distruggerla.
Quando ci siamo visti Gobers non me lo ha chiesto, e forse io non glielo avrei mai detto, ma io in questa città ci ho vissuto, non per molto tempo, solo per alcuni mesi quando avevo solo sedici o diciassette anni. All’epoca seguivo mio padre nei suoi continui spostamenti di lavoro, e l’unico ricordo che mi è rimasto di quel periodo è il ricordo di un bacio, il mio primo bacio dato ad una ragazzina su uno di quei ponti.
Ho ripensato a quel bacio e mentre ero immerso in quel pensiero è succeso qualcosa, qualcosa di magico e misterioso, la mia penna ha iniziato a scrivere, ma non era una poesia quella che avevo in mente era un racconto, un racconto molto breve.
Una coppia, un uomo e una donna si innamorano l’uno dell’altro proprio nella Città dei Ponti, e si scambiano il primo bacio proprio sul ponte più grande della città.
I due amanti erano entrambi di passaggio nella città, e si sarebbero separati per sempre dopo solo una settimana, vivevano entrambi in posti lontani e sapevano che dopo quella settimana insieme non si sarebbero più rivisti, ma prima di lasciarsi per sempre decisero che si sarabbero dati un bacio, un bacio su ogni ponte della città, non sapevano se qualcuno ci avesse mai provato prima, i ponti della città erano centinaia.
Avevano solo sette giorni di tempo, fu una settimana frenetica, almeno quanto la mia scrittura.
Ricordo che scrissi di quanto lui amasse sollevarla da terra sentire ogni grammo del suo peso tra le sue mani, come per convincersi, come per assicurarsi che lei fosse reale, che lei non fosse un sogno, scrissi di quanto lei amasse addormentarsi tra le sue braccia, sognare, svegliarsi e scoprire che non c’era sogno più bello della realtà, e di quanto entrambi amassero quei baci sospesi tra l’acqua e il cielo.
Il sole tramontava e io stavo descrivendo un alba, l’alba dell’ultimo giorno per i due amanti. Entrambi si rivestirono senza parlare, entrambi sapevano che il sogno era finito, ma mancava ancora un ultima cosa da fare, un ultimo ponte, forse il più bello della città, lei lo aveva detto fin dal primo giorno “no quel ponte no, è troppo bello quel ponte deve essere l’ultimo.”
Descrissi i loro passi lungo le stradine deserte i loro sguardi mentre attraversavano quei ponti, e ogni ponte era legato al ricordo di un bacio, fino ad arrivare all’ultimo, l’ultimo ponte, quello che avrebbe siglato il loro addio, ma arrivati sul posto videro che il ponte non c’era più, era crollato la notte prima e nessuno sapeva spiegare il perchè.
I due vista la loro inpossibilità di dirsi addio come entrambi avrebbero meritato decisero di continuare a vivere insieme nella Citta dei Ponti per sempre.
Fine
Era un racconto ? era una fiaba ?
Era la rielaborazione di un ricordo, come del resto accade nei sogni, solo che questa volta ero sveglio ? non lo so per me è stato come un regalo che mi ha permesso di liberarmi per sempre dalla nostalgia della mia adolescenza e dal rimpianto di aver perso quella ragazza per sempre.
Ora lei è parte di una storia, una storia che finisce bene, grazie a lei io ho potuto scriverla questa storia e adesso, adesso si posso anche anche accettare che lei mi abbia lasciato pochi giorni dopo quel bacio, ora posso persino ringraziarla per quello che mi ha fatto, ora le cose sono a posto sia nella fantasia che nella realtà.
Catarsi, un giorno Gobers mi disse che questa si chiama Catarsi.
Mi sono addormentato sotto il cielo in coperta, non ho sognato niente anche perchè, come per la protagonista del mio racconto, nessun sogno sarebbe stato più sorprendente della realtà , la realtà che l’alba mi avrebbe svelato.
Mi ha svegliato il sole e il verso di un gabbiano, la mia barca galleggiava ancora sull’acqua , ma intorno a me era risorta la Città dei Ponti, bellissima come se non fosse mai affondata.
Unica differenza, rispetto a come me la ricordavo io, davanti a me c’erano i resti di un ponte che sembrava appena crollato.

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