Inevitabile confronto di intelletti al circolo letterario posted by Mirko Tondi

Mi trovavo al circolo letterario, pronto per la presentazione di un libro in cui era contenuta pure una mia poesia. Si trattava di un’antologia di scrittori fiorentini, così c’era scritto sulla copertina. Era un volumetto di circa centocinquanta pagine, per il quale mi toccò sborsare quindici euro. Sfogliandolo nervosamente, mi accorsi che molti degli autori non erano nemmeno di Firenze. Figuriamoci. Io ero convinto che per essere considerato di una città, tu dovevi nascerci oppure viverci da un bel po’ di tempo, in quella città. Invece là dentro ci stava gente nata e vissuta ovunque, e poi rimbalzata a Firenze per qualche strano motivo. “Fiorentino d’adozione”, recitava la definizione più frequente accanto ai loro nomi. “Eh, ’sti cazzi!”, pensai io, concedendomi una volgare quanto eloquente espressione tipica romanesca, sicuramente fuori dalla mia portata, ma in tema con l’appropriazione indebita di fiorentinità.

Inoltre, nella mia brevissima biografia, mi si indicava come attore e poeta. Mai stato nessuno dei due. Ero in una compagnia teatrale, ma ne scrivevo i testi. In quanto al fatto del poeta, beh, quello era quanto di più lontano si potesse dire di me. Sì, avevo scritto una poesia che poi era stata inclusa nell’opera, ma l’avevo fatto solo mezz’ora prima di consegnarla. E poi, l’avevo scritta per puro spirito competitivo. Ma almeno io mi ero premurato di parlare della mia città, al contrario di molti altri che facevano parte dell’antologia, che fossero nati o meno a Firenze.

Nell’attesa della presentazione, mi misi a sedere e cominciai a osservare i presenti. Non mancava nessuno. C’era il poeta performativo, quello con le scarpe a punta e il taglio di capelli avvolgente. Ricordo quando lesse una poesia, in un precedente appuntamento letterario. Io non sono mai stato un gran lettore, ma lui mi superava. Leggeva con un tono freddo e monocorde, senza alcuna inflessione di voce, come in una cantilena ripetitiva. Parlava di polpi spiaccicati a terra, di neve che non ne voleva sapere di scendere e di pus che fuoriusciva da qualche parte del corpo. “Non capisci queste nuove diramazioni artistiche…”, ripetevo tra me e me, e poi “…forse”, continuavo. C’erano anche quelli che scrivevano centrato o tutto allineato a destra. «Ehi, noi scriviamo proprio lì», volevano dirti. Insomma, erano quelli anticonformisti, perché in quel modo faceva più figo. Scrivevano cercando di procurare una qualche sorpresa nel lettore soltanto per come avevano appiccicato le parole sul foglio. Erano capaci di non fare uso di punti e virgole perché li ritenevano superflui, e neanche delle maiuscole, ma quello l’aveva già fatto Bukowski almeno quarant’anni prima di loro. A proposito del grande Charles, c’era uno in particolare che scriveva volendo ricordare a tutti i costi il suo stile. Era uno bruttoccio, alto e goffo, che aveva passato i trenta e si ostinava a portare i capelli con la riga da una parte. Nei suoi scritti, narrava storie di sbronze e sfrenate smanie di calarsi i pantaloni per non riuscire più a tenere a bada il suo coso, nottate trascorse a vagabondare per la città in cerca di bar aperti e prostitute che la davano via a prezzi stracciati. “Se il vecchio Chinaski fosse qui in questo momento, ti vomiterebbe addosso tutto l’alcol che ha buttato giù nella sua vita di eccessi”, gli avrei voluto dire. Certo, anch’io avevo non pochi debiti con quello che consideravo uno dei più straordinari scrittori del novecento, però lo ritenevo un mito inarrivabile, e non mi sognavo quindi di imitarlo.

Continuando nella panoramica dei presenti all’evento, notai che c’era anche lui, il timido della situazione. Se ne stava in disparte, seduto nelle retrovie e dava occhiate fugaci qua e là, finché uno non capitava con lo sguardo su di lui, e allora abbassava gli occhi verso terra. Era cicciottello, portava degli occhialini demodé e aveva la testa spelacchiata. Lui però mi stava simpatico, forse perché anch’io in quanto a timidezza avrei potuto competere con lui. Qualche mese prima mi ricordo che aveva fatto leggere il suo racconto a una lettrice, mentre io avevo voluto farlo da solo. In quell’occasione mi inceppai diverse volte e immagino che diventai rosso per la vergogna a più riprese, perché mi sentivo bollire e il sudore cominciava a sgorgarmi sulla fronte. Era una sfida con me stesso, però; dovevo dimostrarmi che non ero completamente sfigato, e che in fondo leggere in pubblico non fosse poi tanto difficile. Il timido invece non ce l’aveva fatta. Ma era perfetto così, perché mi faceva sentire più coraggioso il fatto di sapere che esistesse qualcuno messo peggio di me.

Spostandomi nella folla in cerca dei miei amici, che mi avevano promesso sarebbero venuti, urtai con la spalla lo scrittore religioso. Era un cattolico incallito, allo stesso modo di come si può essere un fumatore o un bevitore incallito. Non che essere cattolici fosse nocivo alla salute, non credo, però lui contrassegnava tutto quello che scriveva con riferimenti alla sua incrollabile fede. In certi passi finiva per scusarsi con Dio per tutti i suoi peccati, in una sorta di confessione aperta. Inoltre lo osannava e gli dedicava versi su versi, citando la Bibbia e i Vangeli degli apostoli. Quando udii per la prima volta le sue poesie, rimasi interdetto per la maniera in cui le leggeva. Aveva in sé una enorme convinzione e scandiva con trasporto le sue sofferenze per il timore di non essere degno del paradiso. Mi influenzò talmente che quello stesso giorno mi ritrovai a varcare le soglie di una chiesa, luogo in cui non entravo almeno da Natale. D’altronde, ci andavo solo in quelle occasioni speciali, a seguire la Santa Messa, più per evitare il senso di colpa che per un’esigenza reale. Insomma, quel giorno mi intrufolai nella Basilica di Santa Maria del Carmine. Entrando, mi feci pure il segno della croce. Pensai che se entri in casa di qualcuno senza seguire le sue usanze, rischi che quello si offenda. In ogni caso, non ero entrato per pregare, inginocchiandomi su una di quelle scomode panche. Insomma, non era uno di quegli episodi alla John Fante, in cui si esprimeva il tumulto interiore per una fede combattuta. Mi misi semplicemente a contemplare gli affreschi e le statue. Le immagini sacre mi avevano sempre affascinato, ma allo stesso tempo mi spaventavano terribilmente. Solo l’annunciazione del Beato Angelico produceva in me degli effetti positivi, facendo affiorare uno stato d’animo di placido benessere. Ma lì non c’era, il Beato Angelico. C’era un’opera di Filippo Lippi nel convento, in una sala adiacente al chiostro. Il problema era che dovevo pagare per entrare a vederla. Ero sicuro che ne valesse la pena, però non avevo molti soldi da spendere, in quel periodo. Finii il giro della chiesa e fui lieto di non aver avuto a che fare con qualcosa che somigliasse alla sconfortante cupezza del Caravaggio. Salutai di nuovo il padrone di casa con lo stesso rituale gesto con cui ero entrato e mi rigettai in strada, con ancora in testa le parole dello scrittore religioso. “Dev’essere complicato vivere rendendo costantemente conto a qualcuno di ciò che si è fatto”, pensai. Come se il matrimonio non fosse abbastanza, per un uomo adulto. Comunque, diventare un cattolico praticante o un bravo marito non era tra le mie priorità, al momento.

Intanto che sorseggiavo l’ennesimo bicchiere di prosecco (che bevevo solo in quelle occasioni, atteggiandomi a ganzo), incappai in mezzo a una conversazione tra intellettualoidi. Mi accorsi che quello in cui stavano loro era l’angolo degli scrittori cervellotici, cioè lo spazio riservato a quelli che non si sognavano di scrivere banalità come le mie, ma solo roba impegnata, tipo nevrosi esistenziali e angosciose storie di incompatibilità con la vita. Io ero piuttosto uno che aveva rifiutato qualsiasi genere di dramma, come gente che muore a causa di strazianti malattie, improvvisi suicidi, faide familiari e tragedie affini. Ero convinto che ci fosse bisogno di qualcuno che scrivesse delle pure e semplici cazzate, fatti della vita quotidiana ai quali i più si erano ormai dimenticati di dare importanza. Però mi accadeva di continuo di considerare importanti delle cose che poi, quando andavo a scrivere, non mi parevano minimamente interessanti. Forse era quello il mio vero dramma.

Mi avvicinai a loro, due orgogliosi esponenti della bella scrittura, che però a vederli non rimanevano certo impressi per il loro sex appeal. Mi sentii bello, o quantomeno accettabile, in confronto a loro. Allora elaborai una teoria estemporanea, del tutto personale: i brutti scrivono bene, mentre i belli scrivono male. Io dovevo essere una via di mezzo. Quello più alto era vestito tutto di nero, in evidente rispetto al minimalismo. Aveva dei sottili occhialini rettangolari e una bazza prominente, sulla quale portava con discutibile stile un pizzetto da artista. L’altro aveva un gozzo ben visibile, che cercava però di nascondere con la barba di qualche giorno. Lui indossava camicia sbottonata in cima, giacca grigia, jeans e scarpe da ginnastica. Un abbigliamento da ragazzo modaiolo, quasi a compensare quell’aspetto non proprio fascinoso. Discutevano con ottima dialettica sulla noia che ormai li attanagliava e sui modi che si erano inventati per sfuggirle. Il minimalista disse che aveva fondato una compagnia di teatro sperimentale, e portava in scena opere scritte da lui stesso. Era roba alla Beckett, per intenderci. Sembrava che avesse avuto anche qualche riconoscimento. Il suo amico casual invece diceva di aver scritto un romanzo e che era lì lì per pubblicarlo. Parlava di un gruppetto di adolescenti dediti all’uso disinibito e indiscriminato delle droghe. Alla fine non resistetti e piombai in mezzo alla loro conversazione, esordendo con uno dei miei aforismi. Ce li avevo tutti catalogati per argomento, quei maledetti aforismi. Occupavano abusivamente spazio che magari potevo destinare a pensieri osceni oppure al testo di qualche canzone, che al contrario non ricordavo mai. «Inutile scappare dalla noia, tanto quella c’ha sempre le scarpe migliori delle tue», proclamai ai due stupefatti intelligentoni. Loro mi osservarono con aria interrogativa, allora io ne spolverai un altro un po’ più profondo. «La noia è solo un’invenzione dell’uomo per giustificare la propria mancanza di volontà», dissi con solennità.

«Bella, questa. È tua?» mi chiese il minimalista.

«Sì, credo di averne il copyright», risposi.

«Scrivi aforismi?» mi domandò il romanziere.

«Sì… ma lo faccio solo perché non mi ricordo mai quelli di autori famosi.»

Il romanziere sorrise, forse mosso da compassione. Dopo essersi presentati e una volta oltrepassati i classici convenevoli, imbastirono entrambi una bizzarra chiacchierata sull’ignoranza generale che ci circondava e sui frequenti errori che commettevano coloro che non erano molto avvezzi a scrivere.

«Pensa che un mio amico aveva scritto “effemminato”… dico con due emme, capito?» disse, scompisciandosi dalle risate, il minimalista.

«E mia sorella, invece? “begnamino”, con la gi, anziché “beniamino”» sottolineò il romanziere.

Io li guardai sbigottito. A mio modo di vedere si trattava di errori di piccolo peso, e non vedevo quindi il motivo per riderci sopra. In aggiunta, pensai che con tutta probabilità io sarei stato tra quelli che avrebbero sbagliato a scrivere quelle parole.

«Tu cosa ne pensi?» mi domandò il minimalista.

Riflettei bene alla risposta da dare. «Penso che senza il correttore automatico dei programmi di scrittura saremmo tutti degli smisurati ignoranti», ribattei compiaciuto.

I due mi fissarono per un attimo senza parole, dopodiché scoppiarono all’unisono in una grassa risata. Forse non avevano afferrato che non apprezzavo il loro humour, o forse avevano bevuto troppo prosecco.

«Sei troppo forte!» si congratulò con me il romanziere.

«In gamba, l’uomo degli aforismi!» continuò l’altro.

Io scossi la testa, dunque mi girai e feci per andarmene. Il minimalista mi afferrò per un braccio. «Ehi, dove vai? Non rimani con noi, che dopo ci diamo alla crapula?»

Mi girai di scatto e precisai le mie intenzioni. «Crapula? Ehi, amico, questa è una di quelle parolette che non mi ricordo mai che diavolo significhi. A dire il vero, mi urta solo il fatto che tu l’abbia usata. Vi auguro di divertirvi, capoccioni.» Sentivo che mi rimaneva ancora qualcosa da dirgli, per cui prima di andarmene definitivamente dalla loro zona gli spiattellai un’altra frase a effetto. «State attenti, che a diventar troppo intelligenti poi si rischia di non trovare nessuno con cui condividere la propria noia.»

«Wow, un altro aforisma!» esclamò il minimalista.

Il romanziere rideva di gusto, e nel muoversi versò pure il suo prosecco. Io abbandonai l’area intellettuali, ammesso che quelli lo fossero. D’altra parte, non mi ero mai considerato un intellettuale, semmai un creativo. Poteva darsi anche che appartenessi alla categoria degli ignoranti, ma in fondo non capivo perché la gente continuava a dare a quel termine una connotazione tanto negativa. Imparare è così bello, però sapere tutto è impossibile. Chiunque, per certi versi, è un ignorante. In realtà io sapevo un sacco di cose. Che fossero tutte pressoché inutili era un trascurabile dettaglio. Comunque non mi vergognavo di ammetterlo. Di fronte all’evidenza non stavo certo a negare di conoscere per forza qualcosa che invece mi era del tutto ignota. Chi ammette la propria ignoranza è tutt’altro che uno sprovveduto, perché è il primo a tirarsi fuori dai guai.

Vidi finalmente arrivare i miei amici, appena un attimo prima che cominciasse la presentazione. Erano già stati a un aperitivo e avevano bevuto quanto bastava per non passare inosservati. Ci mettemmo in piedi, accanto alla porta. Sicuramente loro avevano scelto quel posto per essere pronti ad andarsene, qualora si fossero annoiati. Ci fu dapprima un intervento del curatore del libro. Ci tenne a evidenziare come Firenze si fosse involuta negli ultimi anni e come venisse dato così poco spazio a iniziative del genere. Ripetei tra me e me il mio “Eh, ’sti cazzi!” Primo, perché lui era romano. Secondo, perché organizzare iniziative del genere significava per lui guadagnarci qualcosa. In seguito il curatore dialogò abilmente con l’editore, romano anche lui. Stette bene attento a condire il suo discorso con una dose abbondante di ringraziamenti e altri commenti positivi in merito al lavoro svolto insieme. Intanto i miei amici avevano favorito del prosecco, scolandosi quello che era rimasto. Potevi notarli perché parlavano a voce alta senza preoccuparsi di dar fastidio, e soprattutto perché parlavano di cazzi loro. Io ero assorto nel puntare una giapponesina che fino ad allora non avevo notato. Se ne stava a sedere sul divanetto, del tutto indifferente a ciò che la circondava. Che sguardo, che aveva, però. Ero sempre stato attratto dalle orientali, in particolar modo dalle giapponesi.

La presentazione procedeva. Venne chiesto agli autori dell’opera se avessero da dire qualcosa in proposito. Intervenne un ometto che era prossimo ai sessanta, dai modi garbati ma parecchio accigliato. Ce l’aveva col mercato dell’editoria e col sovente problema del talento frustrato. Sosteneva che dovessero essere le case editrici a investire sugli autori, e non il contrario, come accadeva di frequente. L’editore gli rispose che lui era proprio uno di quelli che adottava la politica giusta, cioè quella auspicata dal contestatore. L’ometto però proseguì con la sua invettiva, trovando comunque motivi per polemizzare. Io mi persi di nuovo nello sguardo ingenuo e svagato della giapponese, finché non sentii una voce che si ingrossava e un applauso collettivo che partiva scrosciante. Mi unii anch’io. L’editore aveva posto fine al monologo del detrattore, alzando la voce e dicendo qualcosa di significativo. Uno dei miei amici mi chiese cosa diavolo avesse dette per ricevere una tale acclamazione. Gli risposi che non lo sapevo, ma qualsiasi cosa avesse detto, l’aveva detta in modo perentorio. Quello provocava sempre un caloroso riscontro del pubblico, che tu ti trovassi a un comizio politico, a un concerto o a una riunione di condominio.

   Con quel siparietto si era conclusa la presentazione. Uno dei miei amici, uno dei più alticci, pensò bene di rivolgersi al curatore, chiedendogli se io potessi leggere la mia poesia. Fortunatamente, quello rispose che non era prevista alcuna lettura. Io uccisi con un’occhiata il mio amico sbronzo e poi ributtai lo sguardo in cerca della giapponesina. Lei stava parlando col poeta performativo, non potevo crederci. Immaginai che lui l’avesse avvicinata nel tentativo di abbordarla e che lei non lo avesse respinto solo per carineria.

Vagando nella zona buffet, reparto bottiglie, mi accorsi che non c’era più traccia di alcolici. Era rimasto soltanto un innocentissimo succo di frutta all’ananas, buono per far colazione, magari.

«Finito tutto, eh…» disse un tipo che era rimasto deluso quanto me. «Sei anche tu nell’antologia, vero?» continuò.

«Sì, una mia poesia.»

«Mi è piaciuto quel racconto che hai letto l’altra volta», si complimentò.

«Ah, sì, grazie… Anche il tuo era divertente.» Era la verità. E poi quel tipo mi stava simpatico, al pari del timido. Era uno piuttosto strano, ma un personaggio interessante. Quelli strani sono sempre interessanti. Ciò che li rende interessanti è il loro essere autentici. Mi venne in mente un aforisma che avevo coniato tempo prima: “Quelli strani, quelli strani davvero, sono quelli che si fingono normali”. Lui era strano più che altro perché sprizzava ansia da tutti i pori. Le mani gli tremavano e dondolava con il bacino senza mai fermarsi. Però parlava un italiano senza alcuna inflessione dialettale e portava con ammirabile stile un completo con tanto di cravatta. Io senz’altro ci sfiguravo, con quel semplice golfino e quel logoro paio di jeans che mi ero messo. Mi intrattenne per un paio di minuti sui suoi progetti. Come me, lui amava scrivere gialli. Nonostante i nostri punti in comune, io continuavo a guardare in direzione della giapponese, ancora impegnata a districarsi dal poeta performativo. Non potevo fare a meno di pensare che se solo fossi arrivato prima di lui adesso ci sarei stato io a parlare con la fascinosa nipponica. Il tipo interessante mi chiese dove abitassi. Fu in quel momento che compresi perché mi aveva rivolto la parola. Il racconto che avevo letto la volta scorsa non l’aveva sfiorato minimamente. Era altro di me, che lo aveva colpito. Lo capii dal modo in cui improvvisamente mi fissava, malizioso e invadente.

«Abito a cinque minuti da qui, ma avevo intenzione di portarmi a casa quella giapponese», gli dissi, indicandola.

«Oh, capisco…» si rammaricò lui. «Buona fortuna, allora.» Mi fece quell’augurio con una smorfia di insoddisfazione sul volto e si allontanò. Il tipo interessante era anche comprensivo. La giapponese (che era di gran lunga più interessante), invece,  non accennava a voler capire che quel tizio dalle scarpe a punta poteva offrirle solo un rapporto piatto come il suo modo di interpretare le poesie.

Vidi l’editore solo soletto che girellava per la stanza. Pensai di presentarmi, chiedendogli se fosse vero quello che aveva risposto all’ometto polemico riguardo alla politica di investimenti della sua azienda. Oltre a quello non sapevo cosa chiedere, infatti la conversazione arrancò ben presto, trascinata dalle solite frasi di circostanza. Lui aveva confermato il fatto di investire sugli autori, sostenendo che fosse l’unico modo per valorizzarli. E pensare che io ero caduto un paio di volte nella trappola di pagarmi le pubblicazioni, così da non capire se fossi veramente meritevole di dare alle stampe i miei scritti oppure no. In quel momento rivolsi a me stesso le peggiori offese che conoscessi, dandomi dell’inetto e del ciarlatano. “Razza di scrittorucolo da quattro soldi, non sfonderai mai”, mi dicevo con pesante disprezzo. “Rimarrai un mezzo scrittore, e un intero coglione”, rincaravo la dose di auto-svalutazione. È vero che ritenevo l’auto-svalutazione alla base del proprio successo, perché in grado di stimolare a far meglio, ma stavolta c’avevo dato dentro nel castigarmi da solo. In più vidi due scene che mi dettero il colpo di grazia. Numero uno: la giapponese se ne stava andando insieme al poeta performativo. Numero due: il minimalista e il romanziere salutarono l’editore come fosse un loro amico di vecchia data e dandogli del tu gli promisero che gli avrebbero inviato presto i racconti di cui lui aveva bisogno. Mi sentii decisamente inferiore, persino rispetto al poeta performativo. Anche in questo caso mi salvò la mia personale opinione che il senso d’inferiorità fosse necessario da sperimentare sulla propria pelle, perché solo attraverso esso si  può crescere e migliorare. Era una di quelle baggianate delle quali ci si convince per non doversi considerare un fallito, ma con me funzionava. Tutto sommato, non era abbastanza. Mi sentii talmente giù da decidere di abbandonare quel posto. I miei amici mi chiesero di aggregarmi a loro, che andavano a bere una birra in qualche locale. Io declinai l’invito e mi avviai abbattuto verso casa. Era ora di starsene da soli e compiangersi un po’, prima di andare a letto e dimenticare tutto.

 

dalla raccolta “Per piacere, non leggete questo libro…” pubblicata su ilmiolibro.it

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