La mia famiglia posted by Paola Corbella

Mio padre, figlio di operai, aveva studiato ai corsi serali dei salesiani, lavorando di giorno.

Ambizioso di natura, esteta curioso, non colto, ma erudito quel tanto sufficiente a non sfigurare in società era un gran lavoratore e uomo di integrità morale. Così ebbe onestamente successo nella vita e nel lavoro.

Per fortuna sua e nostra, era un po’ gozzovigliante e ci salvò dal delirio perbenistico borghese tipico degli  arricchiti.Mia madre apparteneva  ad una famiglia ….”borghese”?? Un po’ sì, un po’ no. Si potrebbe dire “strana”. Impoveriti dalla guerra, i suoi numerosi membri  mantennero sempre un  forte senso di appartenenza di classe: abbastanza colti da desiderare il bello, ma non tanto da potersi considerare intellettuali, privi di mezzi che consentissero loro di fare solo gli intellettuali, divennero abili a mantenersi con poco senza tuttavia privarsi dei “piaceri dello spirito”; amanti della conoscenza erano anche un po’ avventurosi, decisamente eccentrici, un po’ matti persino.

Nel 1947 mia madre e mio padre si sposarono, senza una lira, ma, credo io, con tanta voglia di pace ed amore (altro che i figli dei fiori..!) dopo gli anni della fame, i campi di prigionia e di concentramento, i bombardamenti ed i lutti: una guerra alla quale erano riusciti a sopravvivere.

Con il boom degli anni ’60 arrivarono i soldi e mia madre  decise di comprare una casa.

Mio padre decretava l’assoluta inutilità di quella spesa:  “Prima di aver finito di pagare una casa, hai tempo a stare in affitto 20 anni..!”

“Ma  i ragazzi hanno bisogno di un futuro, una casa dà sicurezza” replicava la mamma, dolcemente, con quel suo tono accomodante e gentile che mai, nemmeno nei momenti di maggiore tensione, sentii nervoso o aggressivo.

“Appunto – rispondeva, pragmatico, papà – meglio spendere per la loro educazione: devono conoscere, viaggiare, studiare. La conoscenza è il loro capitale e la casa se la compreranno da soli, quando avranno i mezzi. Ma un cretino, anche se possiede una casa, resta sempre un cretino.”

Così continuammo a vivere in una casa d’affitto, un po’ strettina perché con noi vivevano i nonni, ma dotata  di una grande sala dove  ricordo di aver consumato i più gioiosi e caotici pranzi famigliari della mia infanzia: per gli zii (ovvero per gli adulti) veniva allestito il tavolo principale, mentre noi bambini mangiavamo in un tavolino più piccolo (solo perché più basso) dal quale organizzavamo a turno audaci sortite all’attacco del carrello degli antipasti. La regola era “prima i Grandi”, ma come resistere alla tentazione di prendere con le dita due acciughe al verde o  affondare l’indice nella goccia colante e grassa del gorgonzola?

Con noi per un anno visse anche una studentessa argentina di origini cinesi, Ita,  che sul tavolo del tinello si tagliava e cuciva gli abiti. Mia madre, serafica e accomodante come sempre, la lasciava fare e all’ora del pranzo spostava con garbo forbici e tessuti e preparava la tavola alla quale, oltre a noi già numerosi, spesso si aggiungeva qualche altro ospite. In genere si trattava di studenti universitari amici di mio fratello, italiani e non, affamati ed allegri.

Mio nonno borbottava, mia madre serenamente cucinava e mio padre si godeva questa famiglia aperta all’accoglienza: era il suo modo per consentire a noi figli di “aprirci al mondo” in attesa del momento in cui, da soli, saremmo andati per quel mondo. Aveva anche stabilito un termine: i 16 anni. Quell’età sanciva l’inizio dell’indipendenza e quando io, la minore e meno intraprendente dei fratelli, osai dire che no, in Inghilterra non ci volevo andare, avevo i miei amici in montagna……mi sentii rispondere che “se io a 16 anni ero capace di guadagnarmi il pane di giorno e studiare di sera, tu sarai capace a farti una vacanza? E poi tua madre ed io abbiamo altri programmi.“

Piansi per cinque settimane ed al ritorno a Linate trovai mio fratello, il suo amico detto “’l Distis” (in piemontese “lo Spento”) ed un enorme Kajak legato sul portapacchi dell’auto: “Andiamo in Puglia: papà e mamma sono lì.”  Mi chiesi cosa ci avremmo fatto con un Kajak al Gargano…. Ma , insomma, partimmo per raggiungere i miei che, per niente ansiosi, si godevano la vacanza.

Nel frattempo  arrivò il boom edilizio e, vista la convenienza, mio padre non poté più rifiutarsi: così, dopo tante insistenze, nel ’70 la mamma riuscì a farsi comprare una casa. Anzi, la Casa. E già che c’era, presa da delirio immobiliare, poco dopo ne comprò altre due .

Faceva vedere la “Casa”  alle amiche: “Entra, ti faccio vedere la Casa.”

Quell’espressione mi ha sempre fatto ridere e non ho mai capito che bisogno c’era di far vedere “la Casa”. Mostrava  tutto, anche il bagno, la lavanderia, la mia camera, ma questa sempre solo dalla porta e velocemente richiusa:  troppo disordinata.  Conservò i “ninnoli” di famiglia, ma cambiò i mobili: divani, credenze, mobiletti, poltrone e poltroncine. Secondo la moda degli anni ’70 le pareti si coloravano di tappezzerie floreali, rigate, damascate, su pannelli decorati in stile orientale svolazzavano variopinti uccelli del paradiso e poco credibili fiori di loto a tinte forti; sbucavano ovunque soprammobili, consolle, potiches, bérgeres, troumeaux, embrasses, boiseries e qualsiasi altra cosa che avesse un nome o un aspetto inquadrabile in uno stile o godesse di un suo omonimo in francese. Ci siamo salvati dai “vetri-cattedrale”, ma i nostri passi furono subito attutiti da tappeti persiani e moquette. In casa mia il vassoio è sempre stato il cabaret, il portavasi   un cachepo, sebbene il bow-window (forse perché inglese e meno affine alla sensibilità sabauda di noi vecchi torinesi) veniva piemontesizzato in “bovindo”. Detto così non sembra, ma mia madre aveva buon gusto e tutto era  bello e misurato. Tuttavia su mio padre certe finezze non fecero mai presa: parlando benissimo il francese in virtù degli anni passati in Algeria ed una fiabesca e mai confermata frequentazione di Josephine Baker , non ebbe mai problemi con espressioni  e parole d’oltralpe. Per l’inglese era diverso. Ha sempre imperturbabilmente continuato a chiamare “eisenover” – da pronunciare come si  scrive –  il Presidente Eisenhower e “sanguis” il sandwich.

Ricordo bibliche discussioni tra i miei genitori nel tentativo materno di convertire suo marito ad un linguaggio più corretto: niente da fare. Se sul punto di morte avesse dovuto chiedere un sanguis al presidente Eisenover, così lo  avrebbe pronunciato.

Ma in punto di morte disse  “non ho rimpianti” e così concluse ancora giovane una vita eccezionale, lasciando a me il rimpianto di molte cose non dette e mai chiarite. Il mio primo rimpianto.

Democristiana mia madre cresciuta in una famiglia di monarchici; convinto liberale mio padre, incarnazione del mito del self-made man, ma figlio di proletari comunisti cresciuti alla scuola di  Gramsci, educarono noi figli al “senso della democrazia”, vissuta prima di tutto in famiglia e la cui unica regola era “siate sempre educati con chiunque, perché il gesto formale esprime considerazione dell’altrui dignità e protegge voi dal coinvolgimento in situazioni che potreste non gradire.” In realtà era molto più complicato, ma io ricordo una famiglia nella quale il proletario nonno paterno colloquiava amabilmente con la borghese nonna materna ed in cui era fatto obbligo di dare del lei a qualunque adulto, manovale o professore, ricco o povero che fosse; donna di servizio compresa alla quale non eravamo autorizzati a chiedere nulla se non per intermediazione di mia madre che sola ed unica poteva dare disposizioni (mai “ordini”!)

In casa e nella restante famiglia allargata (non nel senso odierno, ma solo perché numerosa) vigeva tuttavia una consuetudine, una sorta di vezzo, direi quasi un’arte sottile in cui i fratelli della mamma erano maestri: chi manifestava comportamenti scorretti o “disturbanti” della pace dei più veniva giocosamente – ma non troppo –  esposto ad una delicata e sottile (ma sempre educatissima…ci mancherebbe altro!!) presa in giro. Al malcapitato era assegnato un nomignolo riassuntivo del suo peggior difetto. Così il moroso di mia cugina, affamato, squattrinato e un po’ scroccone studente di Giurisprudenza, fu chiamato Conte Spazzola, perché diligentemente impegnato nel  ripulire piatti, briciole e tutto ciò che di commestibile restava dopo pranzo nel raggio del suo braccio. Un vero artista del “E’-un-peccato-avanzare-quel-boccone”. Il cugino Marco, un po’ isterico  e piagnone oltre misura, diventò “Musica Maestro”; il cugino Giorgio, magretto, nero e incessantemente saltellante fu detto Pipicchio e così via.

Io non ricordo tuttavia il mio nomignolo e forse non l’ebbi mai, perché insieme a mia cugina Elena ero la più piccola, ancora troppo pacioccona per essere presa in giro. Quando fui più grande, gli zii erano già troppo anziani ed i cugini troppo adulti. Le nostre strade avevano iniziati a dividersi.

Resta il fatto che tra uno scherzo e l’altro, tra viaggi sul Galletto Guzzi dello zio, esplorazioni di torri saracene e trattorie con la pergola, duetti quasi-intonati di romanze dalla “Boheme” o da ”La Forza del Destino”, picnic nei prati e seggioline di legno pieghevoli, crescemmo educati al libero pensiero ricevendo insieme un’educazione adeguata alla classe alla quale, anche se in modo un po’ anomalo, comunque appartenevamo:  belle scuole, viaggi, vacanze, vestiti, sport, auto. Tutto. Questo sì, come da copione.

Mio fratello aprì per primo le porte del Liceo Classico e poi medicina;  mia sorella lo seguì a ruota  mentre io, sempre comoda ed anche un po’ meno studiosa, rimasi nel mio fatidico Liceo Scientifico Parificato, Istituto Privato allora solo femminile e dispoticamente diretto da impavide Suore che ogni mattina ci misuravano la lunghezza delle gonne.  Scuola  d’élite per signorine borghesi alle quali veniva costantemente ripetuto che una buona formazione culturale era indispensabile per diventare degne mogli di degni professionisti. Mai passò nei pensieri di quelle non sempre buone suore che cultura e preparazione potessero essere utili solo a noi in quanto “donne”. Eppure loro stesse erano donne colte e lavoratrici: amministravano patrimoni, gestivano aziende, governavano uno stuolo impressionante di dipendenti, calcolavano bilanci e buste paga, tutto senza uomini ed in un sistema esclusivamente femminile. Nella sostanza più femministe delle femministe, erano tuttavia formalmente schiave dell’approvazione maschile  incarnata nei sacerdoti maschi, trattati ed ascoltati sempre con deferenza. Quindi ci educavano, non certo al ricamo o alla cucina , ma ad essere future mogli della futura classe dirigente in base ad un singolarissimo concetto di modernità e femminismo pre-femminista e non femminista…! “Ricordate che gli unici uomini di cui potrete fidarvi nella vita sono vostro padre, vostro fratello e vostro marito.”

Fuori dalla nostra scuola esplodevano gli anni ’70, il libero amore, il divorzio, le minigonne,  l’LSD, la guerra del Vietnam, Acquarius, i figli dei fiori, i Pink Floyd……. perciò quegli insegnamenti non furono mai messi in pratica, né da me, né credo dalla maggior parte delle mie compagne. Ma in qualche modo ci vennero inculcati e forse alcune di noi , dopo anni di contestazione, oggi li hanno rispolverati. Ex-figlie dei fiori o intellettuali contestatrici della sinistra di quegli anni, oggi le ho ritrovate borghesi e conformiste.

Beh, almeno io, non per ragionamento, ma solo perché distratta e mutevole d’animo, non feci troppo tesoro né dei dogmatismi delle suore né di quelli della Contestazione.  In famiglia, del resto, avevo esempi diversi: lo zio Francesco egittologo ex-partigiano, lo zio Giovanni mangiapreti, mio fratello sessantottino sulle barricate, mia sorella trotzkista rivoluzionaria permanente, un papà e una mamma liberali, religiosissimi, ma non bigotti, eleganti, amanti del bello e dei piaceri della vita. I noiosi e gli insulsi erano severamente banditi da casa nostra. Un giorno in quinta liceo osai contestare un voto e la preside mi punì con l’obbligo di tornare a scuola accompagnata da mio padre. Avevo chiaramente ragione ed ero vittima dell’antipatia nei miei confronti di quella zitella isterica: era chiaro, lo sapevano tutti. Dovetti comunque tornare a scuola accompagnata da papà.

Entriamo in Presidenza: Suor Dositea (anche il nome era un programma…!) mi sgrida, mi mortifica davanti a mio padre, dice il peggio, minaccia……insomma fa la sua parte. Io zitta. Papà zitto. Sfogate le ire della suora, mio padre promette misure severe: “Grazie, Sorella. Adesso ci penso io. E tu – rivolto a me –  per il futuro sii più rispettosa dei tuoi professori, etc etc.” Cado dalle nuvole, usciamo e mi lamento: “Ma papà, lo sai, quella mi odia, le hai dato ragione!!” “Lo so – dice – ma ora hai a che fare con lei, è la tua insegnante e tuo superiore. Nella vita ne troverai di arroganti!  Impara la lezione. Finisci l’anno e non la vedrai mai più. Se devi scatenare un putiferio per ogni presuntuoso che ti attraversa la strada non vivi più. Qui l’educazione è eccellente , prendi il meglio e  guarda oltre: hai cose più importanti da fare!!”

Quel giorno imparai la differenza tra bieca sottomissione e libertà di pensiero.

Dopo tanti anni so che tutto ciò mi ha salvato dall’essere oggi né troppo borghese, né troppo intellettuale.

In realtà passai quegli anni a divertirmi e basta; prendevo la scuola come veniva, senza farmi troppe domande,  anche perché era la sola scuola che conoscevo. In quell’Istituto ci andavo fin dall’asilo, le suore erano severe, ma io lì ero di casa, mi sapevo muovere fra quelle rigide regole fatte di inchini, riverenze, “Sia lodato Gesù Cristo” e mani conserte. Lì avevo le  amiche e non trovavo né il coraggio né la voglia di confrontarmi con realtà diverse.

Ne uscii molto istruita e molto imbranata tanto che il primo anno di Lettere fu catastrofico.

Cambiai facoltà a metà del primo anno ed indirizzo di studi due volte, avevo difficoltà a rapportarmi con i compagni – maschi – perché bene o male le suore avevano marcato il terreno. Ma ne venni fuori, grazie alla mia famiglia che, senza stress e con autorevole dolcezza, mi accompagnò alle soglie della vita adulta.

8 thoughts on “La mia famiglia posted by Paola Corbella

  1. Bello sì ma ,nel leggere dello spirito democratico e della educazione verso tutti di questa parte della mia famiglia, mi torna sempre e insistentemente alla mente il modo in cui è stata trattata da una parte di loro mia madre,proveniente da una famiglia non ritenuta all’altezza del rango (???) ,umiliata in più occasioni con uno spirito degno dei peggiori parvenu. Mi dispiace opacizzare la tua descrizione, Paola, ma sai che queste cose sono successe ed puoi comprendere come io non le potrò mai cancellare !! Ancora oggi, se ci penso, sento tanta voglia di urlare e rendere giustizia a quella che per me è stata una grande ,meravigliosa mamma:

    • Appunto, dol, “da una parte di loro”……Comunque il mio testo più che un diario è un breve racconto ed esprime sentimenti ed emozioni così come li ho vissuti io…mi spiace se, involontariamente, ti ho in qualche modo ferita.

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