Remington

Premessa:
Il racconto che segue è stato scritto per un concorso letterario indetto da Il Messaggero. 10.000 battute ispirate a questo tema: Un giorno ti svegli e non sei più la stessa, ma la proiezione di ciò che avresti voluto essere.
Buona lettura (spero).

Un piccolo cono di luce filtrava attraverso la tenda; era debole e non riusciva a illuminare la stanza. Il buio avvolgeva il risveglio, non capivo dov’ero. Percepivo una sensazione di leggerezza che mi manteneva sospesa, ma dovevo rinunciare a questo fastidioso senso di piacevole smarrimento. Esattamente “un fastidioso senso di piacevole smarrimento”; è così che mi sentivo: disorientata al punto da abbandonare le briglie dei miei pensieri, ma con una punta di disagio per non riuscire a essere cosciente, vigile, attenta, consapevole. Ma al diavolo la consapevolezza. L’aria pungente e l’odore acre di legna bruciata mi suggerivano di essere nel mio rifugio: un piccolo casale di un borghetto arroccato su una verde collina umbra. In quel posto non avevo distrazioni e mi era più facile concentrarmi. Non avevo impegni, né scadenze da rispettare. Mi sentivo autorizzata a isolarmi in modo totale; in mancanza di copertura, non potevo utilizzare neanche il cellulare. La sola cosa che mi dispiaceva di più era di non disporre della connessione internet, ma l’isolamento è una gran bella disintossicazione dalle psicosi del tecnologismo e tutto sommato apprezzavo anche questa rinuncia.
Adoravo quel rifugio, con il suo profumo, il verde che mi riempiva i polmoni e gli occhi, dove dormivo sempre come un angioletto e così profondamente che al risveglio mi dimenticavo chi fossi. Come quel giorno.
Benché non avessi la più pallida idea dell’ora, mi sentivo riposata. Stordita, ma riposata. Così, dopo una stiracchiata, decisi di alzarmi. Non riuscivo a tenere gli occhi aperti e, come un automa, mi diressi in cucina per la preparazione del mio tè. Non feci in tempo nemmeno a entrare che notai, posata sul tavolo, una vecchia macchina da scrivere meccanica, di quelle antiche. Era nera con i loghi dorati. Una “Remington” chissà di quale anno. Ogni tasto era bianco, tondo, rifinito da un cerchietto dorato. Bellissima. Ma chi l’avesse messa lì, rimaneva comunque un mistero. C’era un foglio bianco già inserito, dunque sicuramente si trattava di un invito; un invito che non potevo certo rifiutare. Ovviamente, dimenticai il tè e soprattutto i suoi poteri stimolanti, perché in quel momento nulla di più stimolante avrei saputo concepire che sedermi e provare quel gioiello. Credo di aver percepito la stessa euforia di un appassionato di motori al volante di una Ferrari. Mi sentivo emozionata, soprattutto quando iniziai a battere i primi tasti, magari anche per la paura di rimanere delusa, non so, per esempio da un cattivo funzionamento. Invece marciava che era una bellezza, era perfetta. Anche il nastro, a quanto pare, era stato ben conservato, non faceva sbavature.
Incredibile. Mi sorpresi di come le dita slittassero con estrema velocità sui tasti duri. Abituata alla tastiera del computer, non credevo di essere altrettanto veloce con una macchina di quel tipo. Le parole si imprimevano sulla carta esattamente come volevo io. Potevo pigiare i tasti con la forza che decidevo, cosicché la lettera veniva stampata con la sua forma unica, diversa dalle altre, come la “a” panciuta o la “l” sbiadita. Era un piacere anche inalare l’odore dell’inchiostro. Avevo di fronte una macchina con il suo carattere particolare e di conseguenza dovevo stare attenta a non fare errori, altrimenti avrei dovuto ricominciare daccapo. Che bella sensazione! Il timore di sbagliare, l’estetica dei caratteri impressi e l’odore che emanava la rendevano quasi umana.
Accomodata già da un pezzo al mio posto di combattimento, e focalizzando tutta l’attenzione su di lei, avevo dimenticato una questione fondamentale: cosa scrivere.
«Mademoiselle, mademoiselle…»
Gridò stridula all’esterno una voce femminile. Una voce francese, sicuro. Accorgermi di non essere sola in quel week-end mi provocò un senso di leggero fastidio e sperai di esser almeno lasciata in pace. Avevo da fare!
Il tempo di articolare questo pensiero e sentii bussare alla porta. La donna che mi si presentò davanti mi era totalmente sconosciuta. Era vestita con una gonna azzurra lunga con sopra un grembiule bianco come il fazzoletto che le copriva la testa.
«Mademoiselle, allez vous bien?»
«Se mi sento bene? Certo!»
«J’ai apporté le pain et les œufs frais.»
«Uova? Grazie, non doveva disturbarsi.»
«Mademoiselle, vous n’êtes pas bien! Vous voulez toujours mes oeufs! Qu’est-ce qui ne va pas?»
«Non capisco molto bene il francese, mi scusi signora»
«Mi chiama anche “signora”? Non la comprendo. Se vuole le uova sono qui, se ha deciso di farmi uno scherzo, oggi non è giornata», disse sbuffando mentre andava via. Poi, come se ci avesse ripensato, girò su se stessa e mi disse: «Altra cosa, messieur Jean-Paul ha detto che telefonerà alla solita ora, le lascio la porta aperta, io dovrò andare a lavorare».
Rimasi sull’uscio a bocca spalancata, fino a quando la donna scomparve dalla mia vista; solo allora, non so per quale motivo, la rincorsi.
«Mademoiselle…» fui stavolta io a gridare.
Voltandosi, notai che la sua espressione mostrava insofferenza, ma nonostante tutto non mi intimidiva.
«La prego, non capisco. Non se ne vada così… Ma lei lavora anche la domenica?»
«E come pensa che manteniamo i cinque figli che abbiamo? E poi, me lo chiede come se non lo sapesse già…»
«Già?!… E suo marito?»
«Mio marito lavora nei campi, e se torna e non trova il pranzo pronto son dolori. Quindi, visto che fa finta di non sapere nulla, io andrei…»
«Vuol dire che lei lavora tutti i giorni e in più bada ai suoi figli e alla casa?»
«Le sembra strano?»
«No, mi sembra ingiusto, impari, iniquo, inaccettabile…»
«Come no? Lo vada a dire agli uomini del paese…»
«Se ogni donna la pensasse come lei, saremmo ancora all’età della pietra. Non basta lottare con i movimenti, bisogna farlo individualmente. È così che si esce dalla sovranità maschile!»
«Ora sì che la riconosco! Au revoir, mademoiselle».
Rimasi impietrita, sconvolta, confusa. Non capivo neanche il senso dell’ultima frase che mi era uscita di bocca, ma mi piaceva, la condividevo e così tentai di continuare la conversazione, ma quella donna era già andata via, e non sapevo neanche dove abitasse.
Feci appena in tempo a voltarmi per rientrare in casa che mi trovai di fronte un uomo basso e grassottello, con dei baffi molto sottili e scuri. Portava a tracolla una grande borsa di cuoio, si teneva appoggiato a una vecchia bicicletta e guardandomi sorridente mi porse un biglietto: «Bonjour, ceci est pour vous, mademoiselle».
Proprio non riuscivo a capire cosa accidenti stava succedendo. Forse, il borgo si era semplicemente popolato di una colonia di francesi, eppure c’era nell’aria qualcosa che non riuscivo ad afferrare. Comunque, presi il biglietto e lo ringraziai congedandolo. Mi affrettai a chiudere la porta alle mie spalle, entrai in cucina e, seduta, estrassi il biglietto con una certa dose di curiosità. Ma, accidenti a lui, anche quello era in francese! Rincorsi l’uomo che non era ancora montato sulla bicicletta e gli chiesi se per caso fosse in grado di tradurmelo in italiano.
«Allez vous bien, mademoiselle?» fu l’unica risposta che ricevetti, ma accorgendosi del mio disorientamento, afferrò il biglietto e lesse:

Mia cara Castoro,
sono stanco. Stare in mezzo alla borghesia pur non volendolo è un impegno assai faticoso. D’altronde, sono sempre più convinto che sia indispensabile attaccare ciò che potrebbe nuocere e toglierci la libertà di scrivere. Ora è più che mai necessario lottare per la nuova morale: la libertà. Vedrai, riusciremo ad abbattere tutte le barriere mentali, in nome del nostro nuovo umanesimo. Continua così, aiutami a preparare l’avvenire.
Stai attenta a ciò che comunichi, ricorda che noi scriviamo per loro, perché senza di loro non siamo nessuno.
Mi manca il nostro angolo al Café de Flore, annebbiato dalle Lucky Strike; mi manca Saint-Germain-des-Prés, mi mancano il nostro vino e le nostre chiacchierate, sulle note della splendida voce di Juliette.
Mi manchi tu, Castorino.
Tuo J-P

Avvertii un calore interno che saliva fino alle tempie. Avevo la bocca arsa dalla sete. Rientrai in casa per prendere dell’acqua fresca e mi accorsi che al posto del frigorifero c’era solo un tavolinetto tondo con una grande brocca di acqua. Ebbi un sussulto. Incredula e impaurita corsi in camera da letto per guardare negli armadi. Come immaginavo: tutti i vestiti sul grigio, gonne strette e lunghe, a occhio, fino a sotto il ginocchio; camicette bianche, corte e scamiciate; pantaloni e maglie. Nella scarpiera solo scarpe basse.
Tornai in cucina. Guardai il foglio inserito nella Remington. Qualcuno aveva scritto:

“Sto scavando costantemente nella mia coscienza di donna… NO
La borghesia è un male che va combattuto per ridare la coscienza politica… NO
Donne non si nasce ma… NO
Ha ragione Jean-Paul, devo aspettare, non posso scrivere tanto per scrivere. Chiudo e riprenderò domani. Simone”

“Simone?” pensai. E il trillo del campanello mi svegliò.
Un sospiro di sollievo pose fine alla mia avventura. All’improvviso tutto fu chiaro: non esiste bravura, non esistono epoca, riconoscimento, professione, non c’è nulla che possa deviare dalla passione per la scrittura. È una passione uguale per tutti; è il bisogno di trascrivere la propria vita nelle lettere giuste; è il bisogno.
Mi ritrovai seduta di fronte al portatile. Fissavo sul monitor la pagina bianca di word che rimase così per lungo tempo.
Spensi tutto e uscii.

Emma Saponaro

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