Nozze d’argento posted by Ester Eroli

nozze-d_argentoAveva preparato tutto con cura, rispolverato i mobili, lucidato l’argenteria, pulito i pavimenti, sistemato il salotto. Aveva rifatto la tinta ai capelli, che ora apparivano biondo cenere con riflessi ramati,  sistemato le unghie con uno smalto argenteo brillante , comprato un tallieur elegante grigio perla  con risvolti di raso e una camicetta di seta con fiocco, tacchi alti, calze nere ricamate, comprato una meravigliosa collana di perle, munita di bracciale e orecchini abbinati, un fard nuovo di zecca, una borsetta sfavillante di brillantini d’argento . Aveva acquistato le bomboniere in un vicino negozio. Erano tutte in tulle grigio perla rifinite d’argento, con una conchiglia d’argento e un fiore brillante anch’esso d’argento. Nel dettaglio aveva comprato tutta una serie di dolci e squisitezze per fare il rinfresco in casa. Torte di mandorla, di cocco, di cioccolato, tramezzini, biscotti erano stati fatti con le sue mani di fata. La ricorrenza era importante, speciale e per questo aveva abbellito l’ingresso con un vaso d’argento pieno di fiori freschi e rose. La sua persona emanava una fragranza francese al bergamotto. Eppure il suo viso era contrito, il suo sguardo umido, le mani tremanti, la voce flebile come quella di un malato terminale. Il grigiore era dentro il suo animo, dentro la sua pelle, nel suo cuore. Un grigio che copriva come una coltre di neve, come uno strato spesso di polvere. Suo marito appariva indifferente, non partecipava ai preparativi, si appartava, si allontanava con passo felpato, la mandava sola a fare gli acquisti. Preferiva uscire solo a passeggiare, forse per guardare indisturbato le bellezze di passaggio. In quelle passeggiate solitarie lei era esclusa.  Mentre lei era elettrizzata e riguardava le fotografie del loro album di matrimonio come una bambina davanti a una finestra aperta su un giardino fiorito di mimose gialle, lui era schivo, lo sguardo basso, la voce distante, gli occhi velati di grigio, cupi, freddi. Lei nel frattempo aveva comprato un nuovo album rifinito con l’immagine della Madonna in argento per mettervi le fotografie della cerimonia che si sarebbe tenuta nel duomo del paese.  Lui non era interessato, non era minimamente coinvolto. Era alcuni giorni quasi sprezzante, superiore.  Era prassi fare le nozze d’argento, come le aveva fatte sua cognata, la sorella di suo marito . Era una tradizione di famiglia a cui bisognava uniformarsi, attenersi per essere considerati degni di appartenere a quella famiglia . Non si poteva essere da meno. Nella competizione che si era ingaggiata con sua cognata  era inclusa anche la festa dei venticinque anni di matrimonio. Erano stati anni tormentati, quelli del suo matrimonio, contorti, anni pieni di bronci, di rimorsi, di parole scomposte e oscene, di insulti, di spinte, di ripicche, di tradimenti e scoramenti, di fitte al cuore, di improperi e fascinazioni, di gioie fugaci  e dolori atroci, di spasmi dell’anima e voli di fantasia, di idiozie  e perdoni, di languidi abbandoni e di schiaffi sul volto, che facevano male come frustate date sulla pelle viva. In apparenza era una coppia perfetta come tante altre, ma dietro si celava il mistero di un amore strano. I figli a detta del padre non gli avevano dato alcuna soddisfazione, in quanto troppo somiglianti alla madre per carattere. Per la madre erano figli educati troppo rigidamente dal padre per essere liberi. Uno scontro di vedute, di punti di vista, di stili di vita, di pensieri, di sogni. La vita era stata nei lunghi anni colma di rimpianti e rancori, di sogni e speranze. I sogni erano rimasti tali non si erano mai materializzati. Nessun viaggio era stato prenotato per l’anniversario. Nella sua assenza il marito si era dimenticato completamente di avere degli sconti per viaggi in aereo. Eppure sarebbero potuti andare  a visitare città dall’aspetto romantico come Venezia, Praga, Vienna,  oppure al mare in isole verdeggianti  sparse  in qualche oceano o nel mediterraneo. Avrebbero potuto fare una crociera, un viaggio in pullman o semplicemente in auto, facendo delle tappe in piccoli alberghi sulle montagne innevate. Avrebbero potuto ripercorrere le tappe del loro fantastico viaggio di nozze a Strasburgo dove si erano persi nella danza dei canali e delle luci serali, nel dondolare di un battello . Sarebbero dovuti tornare nel loro locale preferito dove si beveva un gustoso liquore al limone con il sottofondo di una languida e armoniosa musica straniera. Lei avrebbe voluto perdere il suo sguardo nell’oceano, nelle sabbie del deserto, fra le ville aperte sul mare della bianca Tunisi, fra i fiori colorati dell’isola di Madeira famosa per i suoi bianchi vini ma non osava chiedere nulla. Davanti a lui, come a un estraneo, non osava nemmeno respirare per non incorrere nelle sue ire. Per anni consecutivi non aveva chiesto nulla, mai un paio di scarpe, o un vestito, si era limitata a usare i suoi risparmi e a cucirsi i suoi abiti in silenzio come un diligente bambino segue la lezione della maestra seduta austera nella cattedra. Per anni aveva eseguito gli ordini come una sentinella, come un soldato zelante ligio al dovere. Non si era lasciata mai andare, non aveva mai sollevato lo sguardo. Ora l’attendeva questa farsa in chiesa dove, nell’altare addobbato con gladioli bianchi, avrebbe dovuto ripetere le promesse fatte vent’anni prima, quando era una giovane donna piena di orgoglio e speranza. Il suo sguardo spento denotava amarezza, disagio, voglia forse di sottrarsi allo sguardo indagatore, inclemente della sorella di lui, che si era sentita sempre superiore a lei e che le aveva fatto pesare ogni cosa. L’aveva sempre guardata dall’alto in basso come se lei fosse una regina e gli altri tutti umili  sudditi.  Per anni aveva dovuto subire gli oltraggi della sorella, le ingiurie della suocera, le frasi meschine, insinuanti del cognato. La sorella del marito era stata sempre una antagonista, una rivale, aveva ingaggiato con lei una specie di gara muta fatta di ripicche, invidie, piccole e perverse gelosie che non avevano nulla di affettuoso, non avevano il sapore della felicità. La sorella intrigante faceva di tutto per metterla in ridicolo, forse perché nel profondo gelosa dell’amore di suo fratello. Lei era una intrusa, un’estranea che non veniva messa a conoscenza degli accadimenti della famiglia. I regali già cominciavano a giungere nel salotto sontuoso della sua casa. La sorella di suo marito le aveva regalato dei fazzoletti ricamati celesti e un vaso viola, due cose, che secondo detti popolari, portano male. Non si regalano fazzoletti e oggetti dal colore viola scuro come un mare in tempesta. Quei regali, dati apparentemente con il cuore, erano dei dispetti e per anni sua cognata le aveva fatto numerosi dispetti. Quando era fidanzata e si recava a casa dalla suocera a pranzo lei non si faceva mai trovare adducendo scuse su scuse. Spesso la rimproverava, diceva frasi che la colpivano come frecce al veleno, come il veleno dolce  di una vipera. Non era facile trovare un rimedio naturale, un siero, un antidoto. Con l’indifferenza aveva vinto la nausea, era diventata una statua di sale. Recitava la sua parte con i parenti e aveva finito per recitarla con suo marito, molto legato alla sua famiglia di origine. Prima veniva sua sorella, poi i figli e in ultimo veniva lei, molto in ultimo . Alcune volte non si ricordava neppure il giorno del suo compleanno, e non le regalava mai un fiore, un bracciale, una piantina.  Allora perché quella festa con spumante e torta ai candidi, con tovaglia bianca e bicchieri di cristallo? Non aveva senso quella recita teatrale fatta di frasi fatte e menzogne. Lei poi aveva ragionato, si era assuefatta a quell’aria stantia come ci si rassegna alla morte. Se ne era fatta una ragione. Indifferente, impassibile si era diretta all’altare, aveva salutato, si era fatta fotografare per  il venticinquesimo  La foto si sarebbe aggiunta alle altre nell’album  come la sequenza di un film in bianco e nero, senza sprazzi di luce colorata. Nell’era del colore la sua vita era stata una squallida commedia in bianco e nero dove i protagonisti non si conoscevano e non avevano voglia di farlo. Come un automa distribuiva confetti, caramelle, fette di torta. Tutti quei dolciumi avevano il sapore amaro della perdita. Intorno a lei un vuoto fatto di silenzi e incomprensioni. Allora pensava a come sarebbe stata la sua vita se avesse dato credito ad altri corteggiatori. Era solo un’illusione quella di credere che una storia non vissuta sarebbe stata quella vincente. Si considerano solo le passioni non vissute perché ci sembrano nuvole di sole invece sono anche esse cariche di pioggia. Non c’è scampo all’indifferenza del cuore.  Lei la notte sognava di sposarsi  su un prato con un vestito a fiori senza pretese,  senza anello , senza invitati ma con tanto amore traboccante nel cuore. 

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