La donna ed il boia costrittore written by Giuseppe Budetta

Celestiale visione, l’immagine a colori sullo schermo gigante domina la buia platea del cinema, gremita di gente ammutolita.

E’ in primo piano, angelo decaduto. Giace nuda con affusolate cosce divaricate sulla bruciata rena di un deserto ocra. Labbra carnose, ardenti e capelli neri crespi di selvaggia dea dalla pelle ambrata.

Guidato da istinto atavico, un lungo cobra costrittore scivola silenzioso sul corpo della donna. Con circospezione, agitando la bifida lingua il rettile avanza sul petto della giovane smaniosa. Sale sul suo petto, indugia sul turgido seno, muovendo da un lato all’altro il tozzo capo da cui esce la lunga, nera, biforcuta lingua indagatrice che le lambisce qua e là la pelle. Con circospezione, lecca ed esplora, la cada pelle femminile che chiede sesso. Timoroso, il boa avanza sul suo corpo sinuoso. Tra i due, una sfida senza sconfitta che supera ancestrali barriere di specie ed alimenta le profonde, inconsce fiamme di Eros. Con la mano lei vuole peccare; non ha paura e preme sul pube la parte di serpe che le sta scivolando tra le cosce. Le dita con lunghe unghia, artigli di felina agilità invece di ghermire, accarezzano il viscido rettile. Trasale nel percepire le lucide squame strisciare sul suo sesso, sbocciato come una fresca rosa. E’ amante sottomessa, serva, preda e predatrice. Ha focosi sospiri di foja che il rettile vorrebbe soffocare, placare e ingoiare. I crudeli occhi del costrittore la scrutano con voracità: dolce cibo impossibile da stritolare, ingoiando senza masticare. Non è attaccabile, plasmabile ed ingoiabile un corpo così grosso, una preda sotto le sue spire distesa. Seguendo atavici istinti vorrebbero compenetrarsi. Piena di goduria anela che il rettile entri in lei attraverso il suo sesso in mezzo alle cosce; desidera ardentemente che il boa entri nel suo caldo, lubrificato cunicolo vaginale, che la riempia nel profondo, strisciando tra le viscere ed esca dalla sua bocca appagato. Se potesse il rettile, non esiterebbe ingoiarla dalla testa, aspirandosela tra le fauci fameliche verso lo stomaco per digerirla ed assorbirla nel suo sangue.

La vastità del deserto assolato è piena di arcani silenzi. La legge di Natura dice:

“E’ lecito ciò che piace.”

Il suo corpo leggiadro giace sotto il costrittore che continua a leccarla con la lunga, mobile, bifida lingua indagatrice. Mentre lecca, esplora le pieghe intime della sua calda pelle. S’intrufola tra il folto batuffolo nero dei peli vulvari. Avvolgendola per i fianchi risale sul suo seno le lecca con delicatezza i duri e scuri capezzoli, poi scorre sul delicato collo di giraffa ed allunga la lingua scura di rettile sulle sue avide, rosse labbra. Lei ha spasimi e gemiti brevi di goduria. E’ Eva che si concede al fosco, tenebroso amante complice nello spingere Adamo al peccato. E’ la donna di van Stuck, apparizione inquietante in girandole di tremule ombre, trasparente medusa marina in compagnia di un boa che striscia e la cinge, fredda corona di morte.

Secondo la teoria di Schrödingher la realtà procede su due binari paralleli. Nel filmato, la donna e il boa si troverebbero in universi paralleli, ripresi nel momento in cui si sovrappongono. Nell’unico, coincidente istante, la donna avrebbe percepito come se stessa il rettile, il rettile la donna.

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