Una bambola per mia zia posted by Annibale Bertollo

Mio nonno materno era una figura caratteristica del paese, era sestogenito di nove fratelli e la madre rimasta vedova si era risposata con un altro vedovo, molto severo, che aveva già sei figli. Insieme I due ne misero al mondo altri otto. Di loro e’ rimasta famosa la frase della mia bisnonna: “Mario, I tuoi figli ed I miei picchiano I nostri”. Mio nonno Cesare non era quel che si dice un figlio di papa’ si trovo’infatti ad avere , 23 persone tra fratelli e fratellastri piu’ due padri, uno vivo uno morto, una madre e centinaia di altri parenti. La miseria era cosi’ nera che mia bisnonna materna, mentre faceva la polenta doveva rubare qualche boccone caldissimo per darlo al volo al suo Cesare. Mio nonno era solito attribuire la sua ulcera duodenale a quei bocconi bollenti ed ingurgitati cosi’ rapidamente. Oltre alla polenta mia bisnonna sottraeva anche qualche palanca dal gile’ del marito quando quest’ultimo si addormentava, poi portava il maltolto in chiesa dove l’attendeva Gesu’ Cristo, suo abituale complice per quei terribili furti. Pregava spesso il complice che la perdonasse di quei peccati e che facesse in modo che suo marito non la scoprisse. La povera donna aveva infatti sposato in seconde nozze un uomo terribile, tutta la famiglia ne era terrorizzata, era un autentico “ Paron”, era alto, imponente, portava sempre il cappello, il gile’ e dei maestosi baffoni. Quando arrivava a casa si preannunciava sempre con due colpi di tosse: era il segnale, tutti dovevano scattare a riverirlo e tutto doveva essere in perfetto ordine. Mio nonno ,per sbarcare il lunario, dovette cominciare a lavorare quando era ancora bambino, fece di tutto, commercio’ col formaggio assieme ad uno dei suoi tanti fratelli, poi passo’ al commercio di sementi e piantine girando I vari mercati del veneto, durante la guerra fece, come tutti dalle nostre parti, anche un po’ di contrabbando. Conobbe piu’ volte, durante la vita, l’agiatezza e poi di nuovo la poverta’, ma la cosa non lo turbava un gran che. Piu’ di ogni altra cosa aveva il gusto della battuta , amava far divertire la gente o forse amava solamente la gente e la vita. Io ho potuto conoscere alcuni episodi della sua vita solo attraverso I racconti di mia madre: so che non disdegnava un bicchiere di vino, era moro, svelto, intelligente, piccolino, pieno di vita di simpatia e di umanita’. Si sposo’ con Paolina, una donnina buonissima e seria, ebbe cinque figli , quattro femmine ed un maschio. La terzogenita della famiglia era mia zia Nora. Quando nacque la Nora la miseria si poteva tagliare col coltello e la famiglia era completamente impegnata ad ottenere i mezzi per il proprio sostentamento, non avanzava tempo per far altro. Mio nonno aveva un banchetto dove vendeva piantine, tutte le mattine doveva alzarsi prestissimo per raggiungere con sua moglie ed i figli maggiori, che potevano aiutarlo, i vari mercati vicini per cercare di guadagnare qualcosa. Mia zia Nora, come molti altri bambini, a quei tempi, all’età di otto mesi, fu data in balia ad un’altra famiglia. La famiglia della sua seconda madre Palma e del suo secondo padre Napoleone. La bambina, era così assetata di affetto che si affezionò a mamma Palma tanto da non distinguerla dalla mamma naturale, si sentiva pienamente accettata in quella nuova famiglia. Sapeva sì che aveva anche un’altra mamma ed un altro papà che ogni tanto l’andavano a trovare ed ogni tanto la invitavano a mangiare le tagliatelle in un’altra casa, ma, fino all’età di otto anni, non capiva bene cosa volesse dire tutto questo. Aveva riversato tutto il suo affetto su mamma Palma. Una volta, a pranzo, vedendo che la porzione di tonno non era sufficiente per tutta la famiglia e che proprio mamma Palma si era sacrificata per tutti finse di non avere fame per dare la sua parte alla Palma. “ Non ho fame prendila pure tu mamma “ disse. Purtroppo il famelico Napoleone si prese il piatto e rispose “ Da pure a me se non hai fame ci penso io” Ma zia Nora malgrado fosse piccolissima e timida si ribellò: “ Tu Napoli non mangi niente dalla alla mamma o la mangio io.” Ancora adesso, mia zia si ricorda di quell’episodio come un esempio di grande ardire al limite della mancanza di rispetto, ma è contenta di aver reagito. Ogni tanto la mamma ed il padre naturale l’andavano a prendere e la portavano a casa con gli altri fratelli. Mia zia Nora era molto timida e qualche volta dava del lei madre restava ammutolita di fronte al padre che l’abbracciava e tentava di parlarle affettuosamente. In quelle occasioni facevano appositamente per lei le tagliatelle al ragù. Se c’era un piatto che mia zia Nora non poteva sopportare erano proprio le tagliatelle, ma non avrebbe mai avuto il coraggio di dirlo, così quando nessuno la guardava si riempiva le tasche del grembiulino di tagliatelle, fingendo di averle mangiate. Una volta mio nonno Cesare, vedendo che la bambina aveva il piatto vuoto insistette” Date da mangiare a quella povera bambina, non vedete che ha ancora fame” Quella volta la Nora oltre a riempirsi le tasche dovette infilarsi le tagliatelle su per le maniche e tornò a casa che pareva l’omino Michelin tanto era imbottita. La vita di mia zia Nora andò avanti senza grandi scossoni fino all’età di otto anni, quando un fatidico giorno vide che mamma Palma nascondeva una lettera in un cassetto. La bambina incuriosita, aspettò il momento opportuno, si impadronì della lettera e si mise a leggere: “ Cara Paolina, Purtroppo dati gli aumenti dei generi di prima necessità non possiamo più tenere con noi La Nora, I 16 franchi che ci passate non bastano neppure per i generi di prima necessità, il cibo ed i pochi vestiti. O ci passate almeno 20 franchi o saremo costretti a restituirvi vostra figlia”

Mia zia Nora fu come colpita da un fulmine, rimase attonita, perplessa, non riuscì nemmeno a piangere ma fu colta da febbre alta. Nascose la lettera ed andò a letto. Cominciava a capire che la sua situazione era diversa da quella delle altre bambine e la sua testolina era attraversata da un turbinio di pensieri: “Ma allora non mi vogliono bene. Mi manderanno via? Cosa mi accadrà?” Non ne parlò mai a mamma Palma tanto più che i suoi genitori naturali accettarono di pagare l’aumento della sua retta. La seconda cocente delusione arrivò qualche mese dopo. Alcuni uomini del paese trovarono un lavoro stagionale nel settore edile in Germania, tra loro anche Napoleone, il secondo papà di mia zia lasciò la famiglia per guadagnare qualcosa in più. Rimase via per ben quattro mesi ed al suo ritorno mia zia e mamma Palma erano naturalmente alla stazione ad aspettarlo. Arrivarono tutti gli altri uomini partiti insieme a Napoleone ed ognuno di loro aveva una grossa scatola con una bambola per le figliole o altri regali per i maschi. Mia zia li vide passare ma quando vide Napoleone si accorse che non aveva alcun pacco con sé. “ E la mia bambola dov’è? “ Chiese a mamma Palma. “ Non so Nora, non so cosa voglia dire “ rispose Palma. Quando finalmente potè abbracciare Napoleone mia zia chiese anche a lui dove fosse la sua bambola. “ Le avevano finite” fu la laconica risposta di Napoli. Anche quella volta le capacità elaborative di mia zia non furono sufficienti a mentalizzare l’accaduto e rispose con un febbrone 39,5°. Era meglio non pensare troppo e far passare tutto attraverso il corpo. Il tempo passò, a 12 anni mia zia tornò in famiglia, si mise a lavorare, si legò tantissimo a mia madre, si legò tanto che anche adesso che mia madre è morta da anni, La Nora continua a parlarle e a vederla, in sogno, e non solo.

L’esperienza della bambola tuttavia è stata elaborata e mentalizzate perché ieri mia zia mi ha fatto vedere sul comodino della sua camera una bambola gigantesca e bellissima che lei stessa ha comprato per sé.

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