Akuna Matata

La notte, o quel che ne rimaneva, è passata rapidamente, ma quando The Sound of Silence, dal mio telefono, mi annuncia che sono le 6.00, non mi sento certo riposato.

Comunque sono quasi sollevato che il giorno sia già alle porte perchè l’oscurità ha portato con se soltanto incubi in cui ho rivissuto le ore del giorno precedente. La mente ed il subconscio mi hanno riproposto decine di volte il viso di quel padre disperato che chiede di salvare almeno il suo bambino; ricordo distintamente degli echi, che nel sogno chiedevano aiuto e, mentre io ripetevo ostinatamente di salvare soltanto i salvabili, tutti, morti e feriti, si sollevavano dalla terra e con i loro arti penzolanti mi chiedevano: “sono salvabile”? Ad un certo punto, nel dormiveglia, ho addirittura avuto l’impressione che qualcuno sfiorasse le lenzuola.

Insomma, la sveglia è stata quasi una liberazione.

Quando esco dalla camera il resto dell’équipe è già al lavoro, come al solito. Insieme a Joel scriviamo la mail da inviare alla coordinazione, contenente il rapporto delle attività del giorno precedente; poi, mentre lui e l’équipe di supporto, arrivata ieri sera, si dirigono verso l’ospedale, io mi occupo delle attività di amministrazione e finanza, che in questo caso consistono nel classificare tutte le ricevute e le uscite di denaro fino ad ora, compreso il pagamento dell’hotel. È un’attività che detesto, soprattutto perchè mi costringe a custodire e maneggiare il denaro dell’intera missione, che supera i 10 mila dollari. Non è certo uno scherzo…

Verso le 9.30 ci rimettiamo in marcia verso Kikwit ma, considerato che i villaggi sulla strada diventeranno sempre più sporadici, ne approfittiamo per acquistare qualche casco di banane, un po’ di arachidi e la shikwane, una sorta di “pasta” molto simile al Fou Fou, che mangiata da sola non sa di nulla.

Dimenticare la giornata di ieri diventa difficile perchè, ogni volta che incrociamo un camion sovraccarico, le immagini riprendono forma nella mia mente. Mi rendo conto che mi ci vorrà del tempo.

Un incidente, di norma, è un evento casuale e la sua dinamica è abbastanza unica, ma questo tipo di incidenti fanno eccezione (figuriamoci se il Congo non faceva eccezione anche in questo) e sono aumentati in seguito all’avvento dell’asfalto. Gli autisti non sono abituati all’asfalto, per cui conducono a velocità spropositate, soprattutto considerando le condizioni dei camion e lo sforzo al quale i freni sono sottoposti a causa del carico eccessivo. In più, la strada attraversa i villaggi, o meglio i villaggi sono sorti ai bordi della strada, ed ogni volta che ci si avvicina ad un centro abitato, il rischio che una capra, una gallina, un maiale (quelli a quattro zampe ovviamente) o qualche altro animale si getti sotto le ruote è davvero elevato.

Cosi’, quello che doveva essere un punto di svolta per quest’area, e per il paese intero, è diventato la causa di una carneficina che va avanti ormai da circa 3 anni. I 40 morti e i 40 feriti di ieri sono soltanto un frangente in cui, casualmente, la nostra jeep passava di là ed io ho preso coscienza della situazione. Un altro problema irrisolto del Congo…

Verso le 13.00 arriviamo a Kikwit, che si rivela un villaggio immenso, praticamente una città, disposta su colline verdissime e con un lago a valle. Vista da lontano è uno spettacolo magnifico ma, una volta sulla strada principale, lo spettacolo è sempre lo stesso: polvere, terra, baracche, gente dovunque e traffico spropositato. Ci fermiamo ad acquistare il carburante e facciamo scorta di materie prime: sapone, acqua, carta igienica (con uno strato solo purtroppo), zucchero, sale, the. Sono costretto a contare il denaro chiuso in macchina, con la gente che si accalca sul finestrino chiedendo l’elemosina, ma fortunatamente la gente conosce MSF perchè nel 2004 c’è stata una grande vaccinazione contro la Febbre Tifoide ed hanno un minimo di riguardo. Nessuno sfonda il vetro per rubarsi il denaro insomma.

Mangiamo un po’ di Fou Fou in fretta e poi ripartiamo.

La strada asfaltata durerà ancora per qualche decina di chilometri, per cui decido di rilassarmi un po’ e, grazie all’Ipod, mi isolo dai discorsi di Mbaki e Joel, che comunque non capirei perchè sono in Lingala. E mentre il paesaggio persiste nella sua magnifica esplosione di verde, sulle note di The Scientist, qualcosa mi si sblocca dentro e le lacrime arrivano prepotenti, tanto per cambiare nel momento meno opportuno. Rimango voltato verso il finestrino e, mentre cerco di nascondere i singulti, lascio uscire giusto quelle impossibili da trattenere; poi, un po’ scocciato, cerco di darmi un contegno e soprattutto cambio canzone.

Mezz’ora dopo la pacchia finisce e comincia la strada sterrata, terribile come solo una strada congolese, perennemente violentata dai camion, puo’ essere. Ci ritroviamo in mezzo al niente su una strada che sembra non portare in nessun posto, con soltanto colline, prati e chiazze d’alberi intorno a noi e, come da copione, entrambe le macchine si impantanano dopo qualche chilometro.

Perdiamo tempo, decisamente troppo, per tentare di liberarle. Spaliamo sabbia, spingiamo e tiriamo, ma la soluzione non pare vicina, mentre il tramonto ci è già addosso. In Congo non esiste la sera; ti accorgi che sta facendo buio e cinque minuti dopo non vedi a due passi di distanza. Cosi in un attimo siamo nell’oscurità, con i fari delle auto e la mia torcia elettrica come uniche luci. Per fortuna anche la sfiga segue regole più o meno precise e, soprattutto, sembra avere un limite, infatti, dopo un tempo che non saprei quantificare, riusciamo a venirne fuori. La strada è terribile, il buio peggiora la situazione e la stanchezza non aiuta, cosi’, quando incappiamo in un villaggio (quattro capanne in mezzo alla savana), decidiamo di fermarci per la notte. Tiriamo fuori il telefono satellitare e avvisiamo la base di Kinshasa, poi ceniamo con qualche banana e un Mango. Infine tiro fuori una coperta e mi sistemo sui sedili della jeep. A parte maman Cécile, che dorme nell’altra jeep, Michel, Mbaki e Joel dormiranno nelle capanne qui attorno. Io questa sera preferisco restare in un posto in cui ragni e serpenti non riescono ad arrivare, forse.

Domani proseguiremo; partenza alle 6.00. Mi resta soltanto da scoprire cosa sognero’ questa notte.

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3 thoughts on “Akuna Matata

  1. Avere un momento in cui si crolla è normale dopo un’esperienza del genere……vedrai che piano piano passerà, non ti dico dimenticare perchè sarà impossibile, ma riuscire a superarlo vedrai che riuscirai. Un caro saluto e grazie per tutto ciò che stai facendo.

  2. Posso solo lontanamente immaginare quello che vuoi dire quando dici che rivivevi tutto durante la notte, pensa che una volta, mentre passavo in macchina ho visto un essere viscido (non può essere definito uomo) che prendeva a calci un cucciolo di cane e i suoi guaiti, sentiti solo per due millesimi di secondo non volevano più u scirmi dalle orecchie…
    Ti abbraccio per consolare le tue lacrime, per quello che può servire…

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