Il piccolo cacciatore written by Lidia Are Caverni

Trikel si svegliò che non era ancora giorno. Saltò fuori dal giaciglio di morbida pelliccia di volpe e stando ben attento a dove metteva i piedi giunse alla porta della capanna. Dentro risuonava il respiro lento della mamma , delle zie e dei suoi due fratellini più piccoli. Uno di essi sognando rise nel sonno e Trikel aspettò che il rumore cessasse. Schiuse la porta e prima di uscire tuffò una mano nella scodella di legno dove sapeva si trovavano frutti conservati nel miele. IL sapore dolce lo fece stare bene, disponendolo ad affrontare il freddo intenso dell’alba invernale.

Fuori tutto era silenzio e Trikel scivolò fino ad uscire dal villaggio che del resto non era grande, una decina di capanne, disposte a cerchio, per cui in un attimo poteva allontanarsi.
Così fece infatti trovandosi dopo poco all’inizio della foresta. Aveva in mano una cesta di vimini, quel giorno sarebbe stato glorioso per la sua raccolta.

Sentiva ancora dentro di sé impeti di rabbia per le parole della mamma. Il giorno prima era andato in cerca di frutti e di erbe con le donne e i bambini. Era il loro compito quotidiano mentre gli uomini quel giorno pulivano pelli e riparavano strumenti in attesa della grande caccia.

Trikel era uno dei più grandicelli nei suoi dieci anni e ci teneva a farlo vedere. Per cui mentre tutti si disperdevano fra i cespugli bassi raccogliendo bacche di rose e cornioli, lui si era infilato in uno stretto sentiero allontanandosi. Aveva provato il piacere di arrampicarsi sugli alberi di faggio, sapeva che in quel periodo non avrebbe trovato uova ma voleva vedere a distanza.

Era rimasto tutta la mattina fra i rami spogli zufolando alle cince e ai pettirossi che cercava di catturare con dei sottili lacci di pelle di daino. Era la sua prima caccia che risultò fruttuosa. Quando il sole raggiunse la metà del cielo, sceso dagli alberi, aveva nel cesto una dozzina di uccellini, col capino penzoloni nel piccolo ammasso di piume.

Si era colpito più volte il petto sentendosi fiero. Anche lui poteva essere un cacciatore come gli uomini.

Si era accorto di essersi allontanato troppo e aveva camminato in fretta per raggiungere gli altri ma era passato del tempo prima di ritrovarli, con la strada indicata dalle voci di richiamo di tutto il gruppo. La mamma lo aveva sgridato davanti gli altri ”Non sei ancora un uomo, ricordatelo” gli aveva detto senza degnare di uno sguardo la sua caccia.

Trikel ancora adesso si sentiva furioso al pensiero.
IL sole stava sorgendo oltre il filare degli alberi tingendo il cielo di liquidi riflessi rosati. Sarebbe stata una bella giornata.

L’avrebbe fatta vedere lui alle donne e ai bambini che avevano riso sentendolo rimproverare.
Si girò solo un attimo a guardare il villaggio ancora addormentato e passata la radura si inoltrò nel bosco.
Tra gli alberi era tutto un cinguettio: cince, pettirossi, cardellini, codibugnoli erano al lavoro a ripulire i rami dagli insetti o a mangiare i semi delle piante spinose. Sullo sfondo Trikel vedeva la cinta delle montagne innevate e neve copriva di uno spolverio leggero i sentieri e i prati.

Presto fu giorno, si spinse tra gli alberi stando ben attento a lasciar cadere ramoscelli incrociati di quando in quando dove passava per trovare la strada al ritorno.

Quando si fu ritrovato nel luogo del giorno prima si inerpicò su un albero tendendo i lacci sottili fra i rami. Avrebbe dovuto fare una buona caccia per farsi perdonare ma mancava poco alla sua crescita, Trikel se ne accorgeva dai muscoli che si facevano duri sulle braccia e le gambe. Presto gli avrebbero lasciato crescere i capelli per le cerimonie in cui sarebbe passato al ruolo di adulto, perché dunque considerarlo ancora come un bambino piccolo? Ma la mamma era testarda come lui e non sarebbe stato facile convincerla fino a quando non fosse passato nella capanna degli uomini.

Trikel non sapeva che era proprio la paura di perderlo a renderla così aspra, pensava solo al futuro a quando sarebbe partito con gli altri nelle grandi cacce, alla voce che gli si sarebbe gonfiata nella gola, al suo corpo agile e scattante.

Cacciò per tutta la mattina, gli uccellini non si facevano catturare facilmente, ci voleva pazienza e aspettare il momento favorevole.

A un certo punto una cincia gli si avvicinò, quasi a sfiorargli le mani. Trikel ne poteva vedere la testina percorsa dalle piume chiare. La catturò con un senso di stringimento nel cuore. Forse la caccia non era così bella, riempiva di gioia sentire il canto degli uccelli nel mattino fino alla capanna ed ora invece intorno a lui c’era silenzio.

Contò gli uccellini catturati, si era portato  un laccio che aveva legato in vita, erano più di molti, ancora un poco e poteva smettere.

Quando ritenne che erano sufficienti per suscitare le meraviglie che si proponeva, scese dagli alberi e con le prede che gli ballonzolavano attorno al corpo si rivolse verso casa.

Si accorse allora di non riuscire più a ritrovare la direzione di provenienza. IL cielo si era rannuvolato e il sole non si vedeva. Avrebbe dovuto cercare con cura i bastoncini che aveva lasciato.

Si mosse piano guardandosi attorno, le narici tese ad avvertire l’odore del fumo del villaggio.

Mentre con i sensi tesi cercava ogni traccia, si accorse di essere in un luogo sconosciuto.

Davanti a lui si apriva una radura erbosa, cosparsa di neve e tutt’intorno alberi imponenti, dal tronco grosso e solcato da profondi solchi. Non li aveva mai visti. A terra foglie secche e frutti ovali racchiusi da un lato da un cappuccetto peloso. Ne raccolse, sarebbero stati belli per giocare con gli altri ragazzi del villaggio.

Mentre guardava fra i rami vide qualcosa luccicare. Erano piccoli frutti attaccati a rami verdi dalle foglie lucide che prendevano vita direttamente dagli alberi.

Trikel schiacciò una pallina bianca e turgida. Uscì un liquido denso, appiccicoso.

Decise allora di raccogliere dei rami, li avrebbe portati al villaggio, così belli e trasparenti ornati dalle foglie verdi avrebbero abbellito la capanna.

Staccò dei rami stando attento a non lasciar cadere le palline. Con una parte ne fece una ghirlanda e se la pose sul capo, ne portò altri fra le braccia per donarli alla mamma.

Con la corona in testa e gli uccelli che gli dondolavano in cintura Trikel accennò un passo di danza, d’ora in poi tutti i ragazzi l’avrebbero indossata nella cerimonia in cui sarebbero divenuti uomini.
Con il vischio trovato sulle querce e il prodotto della caccia, Trikel si sentiva finalmente un cacciatore.

All’improvviso il sole comparve fra le nuvole, illuminò la radura e indicò la direzione. Trikel felice si diresse verso casa.
Il suo passo era leggero.

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